Tesi etd-11022025-135350 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale LM5
Autore
PITINO, ANTONINA
URN
etd-11022025-135350
Titolo
Il serial killer e la crisi dell'imputabilità: nuove tecniche scientifiche e vecchi paradigmi del diritto penale a confronto.
Dipartimento
GIURISPRUDENZA
Corso di studi
GIURISPRUDENZA
Relatori
relatore Venafro, Emma
Parole chiave
- imputabilità
- serial killer
Data inizio appello
01/12/2025
Consultabilità
Tesi non consultabile
Riassunto
Questo lavoro intende esaminare l’istituto dell’imputabilità previsto all’articolo 85 del nostro codice penale, il quale fa riferimento alla capacità di intendere e di volere dell’individuo. L’imputabilità nasce come un concetto giuridico da non confondere con quello filosofico del libero arbitrio, in quanto, quest’ultimo, riguarda il potere dell’individuo di fare una scelta consapevole libera da qualsiasi tipo di influenze; mentre l’imputabilità indica la responsabilità del soggetto che ha commesso una determinata azione criminosa in modo consapevole e libero da condizionamenti patologici mentali. L’imputabilità è stata sempre oggetto di numerosi dibattiti, a partire da quello filosofico instauratosi tra i sostenitori del determinismo e gli indeterministi : per i deterministi non esiste il libero arbitrio in quanto l’azione umana si inserisce in un insieme meccanico di cause ed effetti per cui non si può parlare di imputabilità; mentre per gli indeterministi è proprio l’azione umana a interrompere questa catena causale. Possiamo affermare che il nostro codice penale accolse la tesi degli indeterministi, elaborando un concetto di imputabilità modellato sul pensiero sia della Scuola Classica che della Scuola Positiva, della prima è la previsione nel codice dell’imputabilità e della responsabilità elaborata sul libero arbitrio con la conseguente pena retributiva, dalla seconda Scuola, è stato adottato il concetto di pericolosità sociale per l’applicazione delle misure di sicurezza nei confronti di soggetti non o semi imputabili.
Verrà esaminato il vizio di mente quale causa controversa che esclude o diminuisce l’imputabilità dell’individuo in base a che si tratti di un vizio totale o parziale; controversa nel tempo in base ai vari paradigmi accolti, oltre ai vari tentativi di riforma, e anche perché ha riacceso ulteriori dibattiti soprattutto riguardo alla norma di chiusura della disciplina, cioè l’articolo 90 del codice penale che prevede l’esclusione degli stati emotivi e passionali come causa idonea ad influire sull’imputabilità; ai quali però è stata riconosciuta la possibilità di influire sulla capacità di intendere e di volere, a condizione che il disturbo sia grave e non si presenti come una semplice anomalia del carattere e che sia presente un nesso eziologico tra il disturbo e il reato commesso, così come previsto dalla Cassazione con la Sentenza Raso delle Sezioni Unite nel 2005. Si giunge così ad analizzare le nuove tecniche neuroscientifiche che hanno contribuito a migliorare le diagnosi di incapacità per vizio di mente ma che hanno aperto nuove discussioni sull’intera disciplina: la correlazione tra eventi fisici traumatici e comportamento individuale è stato studiato per primo dal neuroscienziato Antonio Damasio con il famoso caso di Phineas Gage; da quel momento presero il via diversi studi e esperimenti, come quelli condotti da Benjamin Libet con la scoperta del “potenziale di prontezza” con cui effettivamente è stato dimostrato, non che il cervello sceglie per noi, ma che le scelte coscienti richiedono tempo.
C’è stato un momento in cui sembrava che l’ingresso nelle nostre aule giudiziarie della prova neuroscientifica, grazie alle imaging cerebrali tramite la PET, fMRI o ai test quali l’a- IAT, potesse cambiare completamente le sorti della disciplina dell’imputabilità, in quanto come ha affermato Isabella Merzagora è stata “ampliata la scatola degli attrezzi della valutazione”; tuttavia queste nuove tecniche possono essere di aiuto per le altre prove a sostegno di una possibile infermità mentale dell’imputato, ma non possono costituirne da sole il fondamento. Vedremo anche che studi approfonditi sul cervello umano hanno condotto alla rivalutazione del ruolo delle emozioni nelle scelte dell’individuo; tali studi si sono concentrati sulle disfunzioni di zone del cervello quali l’amigdala o i lobi frontali, da cui è risultato che tali disfunzioni hanno delle dirette conseguenze nell’adozione di comportamenti antisociali dell’individuo; così come la scoperta dei neuroni specchio negli anni Novanta condotta da Giacomo Rizzolatti ha individuato il fondamento dell’empatia che ci aiuta a comprendere le azioni e le emozioni altrui, oltre a indirizzare le nostre scelte. Da ciò un approfondimento sul comportamento degli psicopatici e sulla loro imputabilità, in quanto “persone caratterizzate da fascino superficiale” (Cleckley) ma che non conoscono sentimenti quali l’empatia, infatti spesso sono coloro che si macchiano dei crimini più efferati come i serial killer; sorgono di conseguenza interrogativi sul come è possibile ritenerli pienamente imputabili nonostante abbiano disfunzioni nella corteccia prefrontale o non riescano a capire il valore morale e sociale delle norme che infrangono. Gli psicopatici ( e i serial killer) sono ritenuti dei soggetti razionali, anzi, spesso possiedono un QI superiore alla media, sono capaci di intendere e di volere e compiono azioni delittuose consapevoli della loro scelta antigiuridica e antisociale; per questo riguardo la loro riabilitazione è stato affermato che non esistono delle terapie che possono far sì che non commettano più tali crimini, in quanto sia le cure ormonali o psicoterapeutiche possono attenuare i loro comportamenti aggressivi ma non possono curarli del tutto; gli stessi serial killer spesso affermano che se lasciati in libertà quasi sicuramente tornerebbero ad uccidere.
Verrà esaminato il vizio di mente quale causa controversa che esclude o diminuisce l’imputabilità dell’individuo in base a che si tratti di un vizio totale o parziale; controversa nel tempo in base ai vari paradigmi accolti, oltre ai vari tentativi di riforma, e anche perché ha riacceso ulteriori dibattiti soprattutto riguardo alla norma di chiusura della disciplina, cioè l’articolo 90 del codice penale che prevede l’esclusione degli stati emotivi e passionali come causa idonea ad influire sull’imputabilità; ai quali però è stata riconosciuta la possibilità di influire sulla capacità di intendere e di volere, a condizione che il disturbo sia grave e non si presenti come una semplice anomalia del carattere e che sia presente un nesso eziologico tra il disturbo e il reato commesso, così come previsto dalla Cassazione con la Sentenza Raso delle Sezioni Unite nel 2005. Si giunge così ad analizzare le nuove tecniche neuroscientifiche che hanno contribuito a migliorare le diagnosi di incapacità per vizio di mente ma che hanno aperto nuove discussioni sull’intera disciplina: la correlazione tra eventi fisici traumatici e comportamento individuale è stato studiato per primo dal neuroscienziato Antonio Damasio con il famoso caso di Phineas Gage; da quel momento presero il via diversi studi e esperimenti, come quelli condotti da Benjamin Libet con la scoperta del “potenziale di prontezza” con cui effettivamente è stato dimostrato, non che il cervello sceglie per noi, ma che le scelte coscienti richiedono tempo.
C’è stato un momento in cui sembrava che l’ingresso nelle nostre aule giudiziarie della prova neuroscientifica, grazie alle imaging cerebrali tramite la PET, fMRI o ai test quali l’a- IAT, potesse cambiare completamente le sorti della disciplina dell’imputabilità, in quanto come ha affermato Isabella Merzagora è stata “ampliata la scatola degli attrezzi della valutazione”; tuttavia queste nuove tecniche possono essere di aiuto per le altre prove a sostegno di una possibile infermità mentale dell’imputato, ma non possono costituirne da sole il fondamento. Vedremo anche che studi approfonditi sul cervello umano hanno condotto alla rivalutazione del ruolo delle emozioni nelle scelte dell’individuo; tali studi si sono concentrati sulle disfunzioni di zone del cervello quali l’amigdala o i lobi frontali, da cui è risultato che tali disfunzioni hanno delle dirette conseguenze nell’adozione di comportamenti antisociali dell’individuo; così come la scoperta dei neuroni specchio negli anni Novanta condotta da Giacomo Rizzolatti ha individuato il fondamento dell’empatia che ci aiuta a comprendere le azioni e le emozioni altrui, oltre a indirizzare le nostre scelte. Da ciò un approfondimento sul comportamento degli psicopatici e sulla loro imputabilità, in quanto “persone caratterizzate da fascino superficiale” (Cleckley) ma che non conoscono sentimenti quali l’empatia, infatti spesso sono coloro che si macchiano dei crimini più efferati come i serial killer; sorgono di conseguenza interrogativi sul come è possibile ritenerli pienamente imputabili nonostante abbiano disfunzioni nella corteccia prefrontale o non riescano a capire il valore morale e sociale delle norme che infrangono. Gli psicopatici ( e i serial killer) sono ritenuti dei soggetti razionali, anzi, spesso possiedono un QI superiore alla media, sono capaci di intendere e di volere e compiono azioni delittuose consapevoli della loro scelta antigiuridica e antisociale; per questo riguardo la loro riabilitazione è stato affermato che non esistono delle terapie che possono far sì che non commettano più tali crimini, in quanto sia le cure ormonali o psicoterapeutiche possono attenuare i loro comportamenti aggressivi ma non possono curarli del tutto; gli stessi serial killer spesso affermano che se lasciati in libertà quasi sicuramente tornerebbero ad uccidere.
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Tesi non consultabile. |
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