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Archivio digitale delle tesi discusse presso l’Università di Pisa

Tesi etd-06262016-205701


Tipo di tesi
Tesi di specializzazione (5 anni)
Autore
CATAPANO, PIERA
URN
etd-06262016-205701
Titolo
IMPORTANZA CLINICA DELLA TIPIZZAZIONE SIEROLOGICA E MOLECOLARE DELLE VARIANTI DELL'ANTIGENE RhD
Dipartimento
RICERCA TRASLAZIONALE E DELLE NUOVE TECNOLOGIE IN MEDICINA E CHIRURGIA
Corso di studi
PATOLOGIA CLINICA
Relatori
relatore Dott.ssa Caponi, Laura
Parole chiave
  • antigene RhD
  • tipizzazione molecolare
Data inizio appello
19/07/2016
Consultabilità
Completa
Riassunto
Il sistema Rh, dopo quello ABO, è il sistema gruppo-ematico eritrocitario più immunogeno dell’uomo. Infatti all’esecuzione del gruppo ABO si accompagna sistematicamente la contemporanea determinazione del fenotipo Rh.
L’antigene più importante del sistema Rh, l’antigene D, è molto più efficace di qualunque altro antigene eritrocitario nel determinare una risposta anticorpale quando venga introdotto in un soggetto che ne è privo. Esso è presente sugli eritrociti dell’85% delle persone di razza bianca ed in percentuale ancora più alta in quelle di razza nera .
Quindi dopo gli antigeni A e B, il D è il più importante nella pratica trasfusionale. Diversamente dagli antigeni A e B, tuttavia, le persone che non possiedono l’antigene D sui propri eritrociti non presentano, regolarmente, l’anti-D. La formazione dell’anticorpo anti-D origina dall’esposizione, per motivi trasfusionali o gravidanze, ad emazie che presentano l’antigene D.
E’ stato stimato che dal 30 all’85% delle persone D negative che ricevono una trasfusione D positiva svilupperà l’anti-D. Per questo motivo, tutti i riceventi e tutti i donatori di sangue vengono esaminati, nelle procedure di routine, per la presenza dell’antigene D, al fine di assicurare che i riceventi D negativi vengano identificati e ricevano sangue D negativo.
L’antigene D è stato da sempre oggetto di studio dell’immunoematologia. L’interesse verso tale antigene è aumentato dopo la scoperta che alcuni individui RhD positivi producevano in seguito a trasfusioni anticorpi anti-D. Successivi studi portarono alla scoperta del mosaicismo dell’antigene RhD e rivelarono la sua grande variabilità (D partial e D weak).
In passato, i limiti delle metodiche sierologiche non consentirono di identificare le molte varianti dell’antigene D, che perciò venivano identificate come D negativo. Questo non rappresentava un problema nell’individuo ricevente la trasfusione, dato che veniva trasfuso con sangue RhD negativo (come riceventi alcune varianti sono tutt’ora trattate come RhD negative), ma creava un problema se l’individuo era un donatore di sangue, in quanto i soggetti D variant, possono determinare nel ricevente RhD negativo la produzione di alloanticorpi .
La corretta identificazione delle varianti dell’antigene RhD è fondamentale anche per le donne gravide RhD negative, in quanto vanno sottoposte ad immunoprofilassi se il neonato è un D variant e quindi può stimolare la produzione di anticorpi che potrebbero causare una malattia emolitica del neonato (MEN) in una successiva gravidanza con feto RhD positivo.
Nei servizi trasfusionali (SIT) nasce quindi l’esigenza di dover correttamente tipizzare individui che, dai test sierologici, risultano negativi, in modo da determinare possibili D variant per evitare alloimmunizzazioni da trasfusione e programmare immunoprofilassi MEN nelle donne gravide quando richiesto.
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