Tesi etd-06112026-163958 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
CONTI, DANIELE
URN
etd-06112026-163958
Titolo
Parlare di Dio dalla sua morte: spunti per un’ermeneutica della soglia fra teologia e filosofia
Dipartimento
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
FILOSOFIA E FORME DEL SAPERE
Relatori
.
relatore Prof. Iacono, Alfonso Maurizio
Parole chiave
- soglia tra teologia e filosofia
- threshold between theology and philosophy
Data inizio appello
02/10/2026
Consultabilità
Completa
Riassunto (Inglese)
Riassunto (Italiano)
Lo scopo della presente ricerca si situa nella possibilità di poter ancora parlare di Dio dalla sua morte, intesa non solo in senso nietzschiano, in termini epocali, ma come evento della propria storia. Nel primo capitolo, questa morte non viene considerata come un destino tragico e ineluttabile davanti ad una ragione ormai adulta e disincantata, ma come l'evento, Ereignis, inteso in senso heideggeriano, che dischiude la possibilità di dire e pensare Dio in modo nuovo. È qui che si configura la nostra proposta di un'ermeneutica della soglia, poiché cerca di abitare la tensione e il dialogo fra la teologia e la filosofia. Nel corso dei secoli questo rapporto è stato segnato da una reciproca deformazione, nel senso che le due discipline, venendo a contatto, si sono strumentalizzate a vicenda, perdendo di fatto il loro carattere originario. La filosofia, nel tentativo di fondare se stessa, ha scambiato per l’Assoluto un dio ridotto a super-ente o ad Essere; la teologia, per dare supporto al dato di fede, ha imprigionato Dio nella gabbia della logica umana. Da qui, se la critica heideggeriana alla filosofia e alla teologia occidentale pone una netta separazione fra i due ambiti di ricerca, è pur vero che essa può costituire anche una base per un confronto proficuo. Questa metanoia esistenziale si esplica da un lato, nella presa di coscienza del carattere catartico delle critiche di Nietzsche al cristianesimo, che possono portare ad un radicale ripensamento del suo mistero, — non per fondare l’oltreuomo, ma semmai per immaginare un oltredio — dall’altro, condivide nelle sue linee di fondo, la decostruzione della metafisica occidentale operata dal pensatore di Messkirch, declinata come onto-teologia. Preso atto dei limiti costitutivi della ragione, nel secondo capitolo si propone a questo riguardo un cambio di paradigma: dal comprendere all'ascoltare. Questo cambiamento di metodo, oltre a liberare il divino dalle maglie della logica ontologica e della metafisica, ripercorre la svolta (die Kehre) di Heidegger, nella quale alcune sue idee — che mirano alla fondazione di un linguaggio post-metafisico, — verranno interpretate e messe in relazione con alcune intuizioni teologiche appartenenti in particolare all'ambito giudaico-cristiano, nel tentativo di oltrepassare il suo divieto assoluto: che cioè non possa darsi una filosofia cristiana. A tal fine, si rilegge il concetto di tzimtzum che emerge con Luria dalla cabala ebraica, e si pone in relazione con quello di kenosi della rivelazione cristiana attraverso autori che hanno esplorato tale argomenti e provato a tracciare orizzonti nuovi di ricerca, fra gli altri: Jonas, Bultmann, Moltmann, Jüngel Marion, Rahner, Welte, Bonhoeffer. Il filo conduttore che lega questi pensatori è la capacità di abitare le domande che emergono dalla complessità del reale e lasciarsi provocare da esse, prendendo sul serio i presupposti di Heidegger, ma provando ad oltrepassare la sua prospettiva formale e anonima — che rinchiude ancora Dio nell’orizzonte dell’Essere — andando alla ricerca del Volto di un Dio che ridefinisce radicalmente i contorni del reale. Tutto ciò si concretizza da un lato, nell'analisi esegetica di alcuni passi della Sacra Scrittura dove emerge la possibilità di ridefinire il rapporto fra filosofia e teologia in una tensione dialettica che rifiuta la logica formale per abbracciare quella del paradosso. Il compimento di questo sentiero errante ci porta a presagire il passaggio dalla visione — l’essere inteso come eidos che sancisce il cominciamento della filosofia occidentale — all’ascolto, che rifiuta la necessità dell’oggettivazione per accostarsi al mistero del reale con lo sguardo pieno di stupore dell’ermeneuta che annuncia un messaggio che è di per sé inoggettivabile, ma capace di dare un senso all’esistenza dell’uomo. È qui che la specificità dell’Ereignis heideggeriano — introdotto nel tentativo di ripensare il mistero dell’essere — viene messo in relazione con l'evento della morte storica dell'uomo Gesù, che diviene il criterio ermeneutico decisivo per ridefinire non solo l'immagine di Dio, ma anche quella dell'uomo e del mondo. La croce in questo senso, diviene quella radura (Lichtung) in termini heideggeriani, che dischiude un nuovo sentiero di ricerca, un orizzonte dal quale Dio può essere espresso con un altro linguaggio, non più compreso dalla prospettiva dell’essere ridotto a presenza, ma nel mistero del suo accadere, del darsi; una luce oscura che si irradia proprio da quella notte che sembra avvolgere tutto. Dalla saldatura concettuale di questo evento storico, con l’Ereignis, —letto attraverso le lenti dello tzimtzum (contrazione, ritiro) e della kenosi (svuotamento) — si apre la possibilità di ridefinire l’onnipotenza di Dio come la potenza dell’impotenza, (Bonhoeffer); un Dio debole che fa della debolezza non un limite, ma la sua forza. Questa fusione di orizzonti, dà luogo ad un’ermeneutica della soglia, perché trasforma il limite insito nell’esserci dell’uomo in una possibilità di immaginare una comprensione che implica un atteggiamento di ascolto e ricezione (Gelassenheit) della rivelazione del mistero sempre eccedente di un Dio che scardina il principio di non contraddizione. La portata di questa riflessione, non si esaurisce alla sfera teoretica e concettuale, ma abbraccia anche quella etica: essa permette di ridefinire l’immagine dell’uomo proprio a partire da questo movimento kenotico dell’amore di Dio che diviene appello ad assumere questa forma, vivendo la povertà di spirito, la non-violenza e il perdono non semplicemente come imperativi etici o norme morali, ma come modi di essere nel mondo. Da questo punto di vista, allargando lo sguardo alle innumerevoli varietà di religioni e culture, si mostreranno le profonde analogie che si ritrovano in esse allargando il nostro sguardo ad una comprensione che la dinamica del Logos assume nella diversità delle sue manifestazioni storiche. Il terzo capitolo, porta a compimento il nostro itinerario speculativo, e si concretizza in un linguaggio che abbandona il porto sicuro della metafisica e dell’ontologia — impossibilitato a comprendere il mistero dell’accadere di Dio — per una svolta stilistico-espressiva nella quale esso si fa narrazione e metafora per sostare in ascolto sulla soglia del Mistero, dove l’evento della parola (Sprachereignis) che accade può essere solo interpretato. È in questo orizzonte di senso — dischiuso dall’Ereignis della morte di Dio —, che si consuma la nostra svolta ermeneutica, al fine di attraversare i sentieri erranti di un pensiero critico perché consapevole che l’eccedenza della verità non può mai essere compresa e fissata in concetti e categorie che valgono in ogni tempo, ma sempre raccontata e narrata in modi nuovi ad epoche diverse. La deriva di questo percorso del pensiero non è l’irrazionalismo o un fideismo cieco, che celebra il naufragare della ragione nel mare del non senso e del’aporia, ma la presa di coscienza che i suoi limiti sono un appello ad allargare la razionalità aprendola alla dimensione evocativa del simbolo e della parabola. In questa radura di senso, prendendo spunto dal Prologo del Vangelo di Giovanni nel suo significato etimologico, — dove si afferma che Gesù nella sua esistenza concreta è l’ermeneuta del Padre (ἐξηγήσατο) —, il pensiero si fa ringraziamento perché scopre con stupore che non si fonda in sé ma in una Parola che segna il passaggio dall’analogia entis all’analogia Christi (Jüngel). Parola che sempre lo precede e che non si può spiegare, ma solo accogliere con riconoscenza. Per tratteggiare l’estetica di quest’evento inteso come bellezza — manifestazione dell’agapē di Dio che scardina le false certezze con le quali l’uomo di ogni tempo cerca di fondare la propria esistenza —, si configura un pensiero rammemorante che prova a risalire all’ἀρχή, dove l’amore del Dio crocifisso risignifica l’amore stesso e il senso del mondo e della storia. La rilettura proposta, rovescia le tre metamorfosi nietzschiane auspicate dal filosofo tedesco, alla luce del dio kenotico, che rivelandosi nella sua gloriosa fragilità svela nell’intimo dell’uomo quei condizionamenti iscritti nel suo essere e li trasfigura, chiamandolo a conformarsi alla sua immagine e somiglianza. Tutto questo percorso speculativo in conclusione si situa non come punto d’ arrivo, ma di partenza, come un insieme di spunti di riflessione — per riprendere la metafora del sentiero —, come vie che si dischiudono dalla radura che abbiamo abitato. L'epilogo, in linea con il metodo narrativo intrapreso, porta a compimento quest’itinerario speculativo che adombra la possibilità di rispondere all'annuncio nietzschiano della morte di Dio, con il lieto messaggio della sua risurrezione, e rappresenta il coronamento del nostro cammino, che non vuole essere il risultato di un procedimento formale o deduttivo, ma la conclusione di un’esperienza ermeneutica nella quale ognuno di noi si trova a essere coinvolto. Non la fine del viaggio, quindi, ma la sensazione di poter abitare finalmente quella soglia dell’oltre dalla quale si dischiudono innumerevoli sentieri ancora da esplorare.
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