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Archivio digitale delle tesi discusse presso l’Università di Pisa

Tesi etd-05042026-121118


Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
URN
etd-05042026-121118
Titolo
"Non sarò un cattivo pastore": edizione, traduzione e indagine storica del libro III nel i di Tommaso di Marga
Dipartimento
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
ORIENTALISTICA: EGITTO, VICINO E MEDIO ORIENTE
Parole chiave
  • Adiabene
  • Critical Edition
  • Hagiography
  • Historiography
  • Local elites
  • Prosopography
Data inizio appello
29/05/2026
Consultabilità
Non consultabile
Data di rilascio
29/05/2029
Riassunto (Inglese)
The Liber Superiorum is a collective biography written in Syriac by Thomas of Marga in mid-ninth century Iraq, under the Abbasid Caliphate. Given the nature of the work, focused on the lives of the saints and illustrious monks who brought glory to the lavra of Beth ʿAbe, Book III, the focus of this thesis, appears in stark contrast with the rest of the project.
First of all, it presents a new dedication, different from the original one that applies to the entire text: the patron is no longer the monk ʿAbdišo, abbot of Beth ʿAbe, but a certain Ḥasan, governor of the territories of Adiabene and Mosul. After the general introduction, the first chapters are devoted to the life of Babai of Gbilta, known as “the Musician,” and to the educational and liturgical reforms he promoted, although these did not directly involve Beth ʿAbe, with which Babai had only sporadic contact.
The true core of this book, however, centers on a single figure: Maranʿammeh, a saint whose actions are controversial and violent. Thomas traces his life from birth, highlighting his early inclination toward ascetic discipline and study. He becomes a disciple of Babai and later a teacher in the first school founded by the Musician, at Kpar ʿUzil. His career features two major turning points: the first is his appointment as bishop of Salakh, due to his early miracles and the praise he enjoyed among both religious and lay communities, from the lower classes to the nobility. The second, and more significant, is his elevation to metropolitan bishop of Adiabene.
It is in this role that he is called by God, through an angel, to bring divine punishment upon the land of Marga. In his violent pilgrimage, Maranʿammeh exacts vengeance—through miracles—on eight targets identified by the heavenly messenger, guilty of various forms of heresy and sin. The power of divine wrath does not abandon him even after his mission is completed; indeed, it permits him to punish a group of bandits who attempted to rob him of the money and provisions he was carrying to Adiabene to alleviate a severe famine.
Beth ʿAbe disappears almost entirely from the narrative horizon and is mentioned only once. At the end of Book III, there is also a verse homily, likewise composed by Thomas, which retraces the same stages of the saint’s life covered in the prose text.
The primary aim of this thesis is to establish a new level of interpretation of Book III, through a comparison between the prose Life and the metrical homily. The groundwork for this investigation was laid through a process of critical editing, based on three of the oldest and most reliable manuscripts, as well as two existing critical editions, though rather dated. The critical edition was carried out using the Lachmannian philological method, combined with a moderately eclectic approach, justified by the substantial uniformity of the manuscript tradition.
Producing an updated text, together with its translation, has made Book III accessible to historical analysis, which has also benefited from a terminological and stylistic study that was previously difficult to undertake. The comparison between the prose and verse versions, traditionally considered equivalent, has instead revealed a marked difference in background and purpose between the two: in the former, Maranʿammeh appears as a defender of law and established order, maintaining positive relations with a particular family among the local elites, while at the same time attacking other nobles guilty of arrogance and oppression toward their people, even to the point of cursing and punishing them; in the latter, by contrast, the local aristocracy disappears, and Maranʿammeh is presented as God’s champion against heresy.
A narratological analysis of the figure of Maranʿammeh, about whom no other biographical data survive, and a prosopographical study of the book’s patronage and the nobles represented in it, the šarigan of Adiabene, have made it possible to shed light for the first time on certain dynamics in the exercise and representation of local secular and Christian power, which found moments of conflict or dialogue with the Church on the one hand and the Abbasid Caliphate on the other.
It has also been possible to hypothesize that the metrical homily at the end of Book III was not part of the original project of the Liber Superiorum, but was composed later and independently, and subsequently incorporated into the textual tradition, as happened with the entire Book VI of the same work. It may therefore represent a fourth, independent work by Thomas of Marga, to be separated from the context in which it is usually read.
Riassunto (Italiano)
Il Liber Superiorum è una biografia collettiva scritta in siriaco da Tommaso, vescovo di Marga, a metà del IX secolo in Iraq, che si trovava allora sotto il califfato abbaside. Data la natura dell’opera, concentrata sulle vite dei santi ed illustri monaci che hanno reso grande la lavra di Bet ʿAbe, il libro III, su cui si concentra la tesi, appare in stridente contrasto con il resto del progetto. Innanzitutto, riporta una nuova dedica rispetto a quella iniziale e valida per l’intero testo: il committente non è più il monaco ʿAbdišo, igumeno di Bet ʿAbe, ma un tale Ḥasan, governatore dei territori di Adiabene e Mosul.
Dopo l’introduzione generale, i primi capitoli sono dedicati alla vita di Babai di Gbilta, detto il Musico, e alle riforme scolastiche e liturgiche che portò avanti, anche se esse non coinvolsero direttamente Bet ʿAbe, con cui, anzi, Babai ebbe solo contatti sporadici.
Tuttavia, il vero cuore di questo libro si concentra su un unico uomo: Maranʿammeh, santo dall’operato controverso e sanguinario. Tommaso ripercorre i suoi passi fin dalla nascita e dalla precoce propensione alla disciplina ascetica e allo studio. Egli diventa discepolo di Babai e poi, a sua volta, maestro nella prima scuola fondata dal Musico, a Kpar ʿUzil. La sua carriera conosce due salti di qualità: il primo è diventare vescovo del Salak, in virtù dei suoi primi miracoli e della stima di cui godeva sia tra i religiosi che tra i laici, tra gli strati più bassi come tra i nobili. Il secondo, e più importante, è essere nominato vescovo metropolita d’Adiabene.
È in questa veste che egli viene chiamato da Dio, tramite un angelo, a portare la punizione divina sulla terra di Marga. Nel suo sanguinario pellegrinaggio, Maranʿammeh si vendica, per mezzo di miracoli, su ben otto obiettivi indicati dalla sentinella celeste, rei di variegate forme di eresia e peccato. Il potere dell’ira divina non lo abbandona neanche a missione compiuta, anzi, gli permette di punire dei briganti che tentarono di derubarlo dei soldi e delle provviste, che portava in Adiabene per far fronte a una terribile carestia.
Bet ʿAbe sparisce del tutto oltre l’orizzonte della narrazione e viene menzionata soltanto una volta, in maniera collaterale.
Al termine del libro III, si trova poi un’omelia in versi, sempre di Tommaso, che ripercorre le stesse tappe della vita del santo affrontate dal testo in prosa.
Lo scopo primario della tesi è quello di determinare un nuovo livello di lettura del libro III, tramite il confronto tra vita in prosa e omelia metrica. Le basi per l’indagine sono state gettate mediante un processo di edizione critica, a partire da tre manoscritti fra i più antichi e attendibili, e dalle due edizioni critiche già esistenti, ma assai datate. L’edizione critica è stata condotta con il metodo filologico lachmanniano e con un approccio moderatamente eclettico, motivato dalla sostanziale compattezza di tradizione dei testimoni.
Costituire un testo aggiornato, con relativa traduzione, ha reso il libro III accessibile all’indagine storica, poiché essa ha potuto beneficiare anche di uno studio terminologico e stilistico prima difficilmente possibili. Il confronto tra vita in prosa e in versi, tradizionalmente ritenute equivalenti, ha invece rilevato una netta differenza di sfondo e finalità tra le due: nella prima, Maranʿammeh è il difensore delle leggi e dell’ordine costituito, e ha interazioni positive con una particolare famiglia delle élites locali, laddove invece si scaglia contro altri nobili, rei di superbia e soprusi nei confronti della loro gente, fino ad arrivare a maledirli e punirli; nella seconda, invece, l’aristocrazia locale scompare e Maranʿammeh è presentato come il campione di Dio contro le eresie.
Un approfondimento narratologico sulla figura di Maranʿammeh, di cui non possediamo altri dati biografici, e uno prosopografico sulla committenza del libro e sui nobili in esso rappresentati, gli šarigan di Adiabene, ha portato a illuminare per la prima volta alcune dinamiche di azione e rappresentazione del potere locale laico e cristiano, che trovava finestre di scontro o di dialogo con la chiesa da un lato, e il califfato abbaside dall’altro.
È stato possibile formulare anche l’ipotesi che l’omelia metrica in chiusura del libro III non sia parte del progetto iniziale del Liber Superiorum, ma sia stata composta in seguito e a parte rispetto ad esso, e sia confluita poi nella tradizione del testo, come accaduto per altro all’intero VI libro della stessa opera. Si tratterebbe quindi di un quarto, indipendente lavoro di Tommaso di Marga, da scorporare dal contesto in cui normalmente lo leggiamo.
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