Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Titolo
Ruolo del batterioma e del viroma intestinali nella sindrome dell’intestino irritabile: implicazioni fisiopatologiche e strategie nutrizionali
Corso di studi
SCIENZE DELLA NUTRIZIONE UMANA
Riassunto (Italiano)
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione gastrointestinale cronica che, secondo i più recenti criteri diagnostici (Roma V, 2026), si caratterizza per dolore addominale ricorrente e/o fastidio associato ad alterazioni dell’alvo, che possono manifestarsi come stipsi, diarrea o un’alternanza di entrambe. Sotto l’aspetto epidemiologico e sociale, si osserva più frequentemente negli individui di sesso femminile e comporta un impatto significativo sulla qualità di vita dei pazienti, oltre a rilevanti costi sociosanitari.
Attualmente rientra nell’ambito dei disordini dell’interazione intestino-cervello e, dal punto di vista eziopatogenetico, si configura come sindrome multifattoriale complessa, inquadrata in un modello biopsicosociale, in cui la relazione tra fattori genetici, ambientali e psicologici influenza la suscettibilità individuale e l’espressione clinica dei sintomi. La patogenesi è sostenuta dall’interazione di diversi meccanismi fisiopatologici, tra cui alterazioni della motilità e permeabilità intestinali, ipersensibilità viscerale, attivazione immunitaria della mucosa, segnali neuroendocrini e disregolazione dell’asse intestino-cervello.
Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha mostrato un crescente interesse per il possibile coinvolgimento del microbiota intestinale nella fisiopatologia dell’IBS. Tale ecosistema rappresenta una comunità complessa costituita da batteri, virus, funghi, archea e protisti, che svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’omeostasi intestinale e sistemica.
La componente batterica o batterioma è coinvolta nella sintesi di numerosi metaboliti, tra cui acidi grassi a catena corta, derivati di substrati amminoacidici ed endogeni, neurotrasmettitori, vitamine, peptidi e fattori ad attività endocrina, oltre a enzimi, tossine e componenti strutturali microbici. Queste sostanze contribuiscono alla regolazione della motilità, al mantenimento dell’integrità della barriera intestinale e alla modulazione della funzione immunitaria, dell’infiammazione e delle vie nocicettive lungo l’asse intestino-cervello.
Accanto al batterioma, un ruolo emergente è attribuito al viroma, costituito principalmente da batteriofagi che infettano selettivamente le popolazioni batteriche. Esso concorre alla regolazione dinamica del batterioma, influenzandone composizione e funzionalità attraverso meccanismi come predazione, coevoluzione, trasferimento genico orizzontale e alternanza tra cicli litici e lisogenici, in relazione alle condizioni dell’ambiente luminale. Di conseguenza, eventuali alterazioni del viroma potrebbero influenzare diversi fattori coinvolti nella fisiopatologia dell’IBS, tra cui l’integrità della barriera intestinale, le risposte immunitarie e la composizione del batterioma, sia attraverso variazioni della virulenza batterica mediate dai fagi, sia mediante alterazioni metaboliche dell’epitelio indotte dai virus eucariotici. La complessa interazione tra batterioma e viroma rappresenta pertanto un ambito di ricerca emergente e innovativo, con potenziali implicazioni nella comprensione dei meccanismi fisiopatologici.
Nei pazienti con IBS si osservano frequentemente alterazioni quantitative e qualitative del microbiota che potrebbero contribuire alla comparsa e al mantenimento dei sintomi tipici; tuttavia, l’elevata eterogeneità clinica del disturbo e la marcata variabilità interindividuale rendono difficile la definizione di un rapporto causale diretto nella fisiopatologia e l’identificazione di una firma microbica specifica e riproducibile.
In questo contesto, ancor prima delle terapie farmacologiche, l’alimentazione rappresenta la prima linea di intervento in grado di influenzare non solo la sintomatologia, ma anche la composizione e l’attività del microbiota. È stato riscontrato, infatti, che la maggior parte dei pazienti riferisce una correlazione tra l’assunzione di determinati alimenti e l’insorgenza o il peggioramento dei sintomi, attraverso meccanismi mediati da processi osmotici, chimici, meccanici e neuroendocrini. Questa associazione porta molto spesso all’adozione autonoma di estese restrizioni dietetiche, con il rischio di sviluppare carenze nutrizionali e/o energetiche.
I consigli dietetici tradizionali, basati sulle linee guida fornite dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e dalla British Dietetic Association (BDA), suggeriscono un approccio graduale basato su modifiche dello stile alimentare, quali regolarità dei pasti, adeguata idratazione, riduzione del consumo di alcol, caffeina, alimenti grassi o speziati e dolcificanti, nonché adeguato apporto di fibre, privilegiando quelle solubili rispetto alle insolubili. Le fibre, infatti, esercitando un’azione prebiotica, favoriscono la crescita di batteri benefici e la produzione di acidi grassi a catena corta, ma possono anche indurre un aumento dei gas intestinali e della distensione addominale, soprattutto se rapidamente fermentabili.
Tra gli approcci dietetici specifici, la dieta a basso contenuto di FODMAP rappresenta una delle strategie più studiate ed efficaci nella gestione dei sintomi, in particolare in presenza di diarrea o gonfiore addominale. I FODMAP sono carboidrati a catena corta scarsamente digeribili, altamente fermentabili e osmoticamente attivi; nei soggetti predisposti, possono esacerbare la sintomatologia richiamando acqua nel lume intestinale, aumentando la produzione di gas e modulando indirettamente la sensibilità viscerale. La riduzione dell’assunzione di FODMAP si associa a un miglioramento significativo dei sintomi in una percentuale rilevante di pazienti; tuttavia, se eccessivamente protratta nel tempo o condotta in modo non corretto, può comportare una diminuzione di batteri benefici, tra cui quelli del genere Bifidobacterium, e una riduzione della produzione di butirrato, con possibili effetti negativi sull’omeostasi intestinale.
Oltre alla dieta a basso contenuto di FODMAP, numerosi altri approcci nutrizionali sono stati indagati per il loro potenziale effetto sulla sintomatologia e sulla modulazione del microbiota, con esiti variabili sia in senso favorevole sia avverso. Tra questi rientrano le diete prive di glutine, lattosio o fruttosio, la dieta mediterranea, vegetariana e vegana, nonché la dieta a bassissimo contenuto di carboidrati o chetogenica. Parallelamente, la letteratura scientifica ha approfondito il possibile impiego e gli effetti di alimenti funzionali, fibre, prebiotici, probiotici, postbiotici, oltre a micronutrienti, fitoterapici e nutraceutici.
Tuttavia, le evidenze disponibili risultano spesso eterogenee e insufficienti per formulare raccomandazioni dietetiche universali. Alla luce della complessità di questo disturbo e della variabilità nella risposta individuale agli interventi nutrizionali, emerge invece l’importanza di un approccio personalizzato, basato sulle caratteristiche cliniche del paziente, sul sottotipo di IBS e sulla presenza di disbiosi intestinale. Inoltre, al fine di garantire un adeguato apporto nutrizionale, evitare restrizioni eccessive o inappropriate e alterazioni dannose del microbiota, la gestione degli interventi dietetici dovrebbe essere condotta esclusivamente sotto la supervisione di un professionista qualificato.
Nonostante i risultati promettenti, i recenti progressi nello studio del microbiota e lo sviluppo di strategie terapeutiche di modulazione mirata, l’applicazione clinica di tali approcci è ancora limitata dalla complessità delle interazioni ospite-microbiota e dalla scarsità di studi clinici di elevata qualità metodologica. Ulteriori ricerche saranno fondamentali per chiarire i meccanismi alla base dell’interazione tra alimentazione, microbiota e sintomi gastrointestinali, nonché per sviluppare interventi terapeutici efficaci, personalizzati e sostenibili a lungo termine.