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Archivio digitale delle tesi discusse presso l’Università di Pisa

Tesi etd-04222026-101924


Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale LM5
URN
etd-04222026-101924
Titolo
Violenza di genere: profili criminologici, vittimologici e penalistici fra teoria, dato empirico e riforma normativa
Dipartimento
GIURISPRUDENZA
Corso di studi
GIURISPRUDENZA
Parole chiave
  • gender-based violence
  • violenza di genere
Data inizio appello
25/05/2026
Consultabilità
Tesi non consultabile
Riassunto (Inglese)
Riassunto (Italiano)
La tesi si propone di analizzare la violenza di genere come fenomeno strutturale e multifattoriale, adottando un approccio rigorosamente interdisciplinare che intreccia criminologia, vittimologia, sociologia, psicologia clinica e diritto penale. La premessa metodologica è chiara fin dall'introduzione: nessuna disciplina isolata è in grado di esaurire la complessità eziologica, fenomenologica e normativa di un fenomeno che, secondo i dati più recenti dell'OMS, colpisce una donna su tre nel corso della vita. Questa consapevolezza orienta l'intera architettura del lavoro, articolato in undici capitoli che procedono dalle fondamenta filosofico-storiche del problema fino alle proposte concrete di riforma.
Il punto di partenza è filosofico. Attraverso l'opera di Simone de Beauvoir — in particolare Il secondo sesso (1949) — la tesi dimostra che la subordinazione femminile non ha radici biologiche ma è il prodotto di una costruzione storica, culturale ed educativa sedimentata nei secoli. La celebre formula «donna non si nasce, si diventa» non è una suggestione letteraria: è la chiave interpretativa di un sistema di potere che ha attraversato tutte le civiltà antiche e medievali, dal Codice di Hammurabi al diritto canonico medievale, fino al Codice Pisanelli del 1865, che attribuiva al marito la posizione di «capo della famiglia» e negava alla donna qualsiasi capacità giuridica autonoma. Questo percorso storico-giuridico consente di comprendere come la violenza di genere non sia un'aberrazione individuale, ma la logica conseguenza di un sistema di dominio che si è progressivamente formalizzato in norme, istituzioni e culture.
Sul piano criminologico, la tesi analizza tre paradigmi teorici in modo comparato e integrativo. La teoria del legame sociale di Hirschi (1969) individua nella debolezza dei vincoli sociali — attaccamento, impegno, coinvolgimento, senso morale — la condizione strutturale che rende possibile la violenza; la successiva teoria del basso autocontrollo, sviluppata con Gottfredson nel 1990, precisa che questo deficit si forma nell'infanzia, in famiglie incapaci di trasmettere la capacità di differire le gratificazioni e valutare le conseguenze delle proprie azioni. La teoria dell'apprendimento sociale di Bandura (1977) dimostra, anche attraverso il celebre esperimento della Bobo doll del 1961, che la violenza si impara per osservazione e imitazione: il bambino esposto alla violenza domestica non apprende solo che essa è possibile, ma che è impunita ed efficace. Cruciale è il contributo banduriano sui meccanismi di disimpegno morale — giustificazione, etichettamento eufemistico, deumanizzazione della vittima, spostamento della responsabilità — attraverso cui l'autore neutralizza i propri standard etici e convive con sé stesso. La teoria della tensione generale di Agnew (1992) spiega infine il fattore scatenante contingente: la perdita di una relazione, il rifiuto affettivo, il senso di umiliazione sono fonti di tensione emotiva che, in assenza di adeguati strumenti di coping, si scaricano in aggressività. Queste tre teorie, lette in modo integrato secondo il modello ecologico dell'OMS, descrivono un percorso causale completo: legami sociali deboli, violenza appresa nell'infanzia, tensione non gestita.
Il capitolo dedicato alla psicologia maschile costituisce uno degli apporti più originali della ricerca. Partendo dall'opera di Alberto Penna (Maschi che piangono poco, 2024), la tesi argomenta che l'incapacità di riconoscere, denominare e regolare le emozioni — fenomeno clinicamente noto come alexitimia — non è biologica ma il prodotto di un'educazione alla repressione emotiva che inizia già a 2-3 anni. Il bambino maschio cui viene insegnato a non piangere, a non avere paura, a non chiedere aiuto, diventa un adulto che converte vulnerabilità e dolore nell'unica emozione culturalmente ammessa: la rabbia. Il cortocircuito che ne deriva — dalla repressione emotiva all'aggressività, dal controllo alla violenza — costituisce una delle cause più profonde e meno discusse del femminicidio. Significativamente, Penna osserva che femminicidio e suicidio maschile (fenomeno con un rapporto di 3:1 rispetto alle donne) sono le due facce della stessa medaglia: entrambi sono l'esito estremo di un uomo che non sa elaborare il dolore.
La prospettiva vittimologica — approfondita attraverso le opere di Guglielmo Gulotta e Armando Saponaro — restituisce alla vittima centralità analitica e giuridica. La tesi distingue tre livelli di vittimizzazione: la primaria (il danno diretto del reato), la secondaria (il danno inflitto dal sistema attraverso interrogatori invasivi, scetticismo istituzionale e victim blaming) e la terziaria (le conseguenze su figli, familiari e comunità). Particolare attenzione è dedicata al trauma bonding — il legame paradossale che si crea tra vittima e aggressore attraverso l'alternanza ciclica di terrore e tenerezza, con gli stessi meccanismi neurochimici della dipendenza patologica — che spiega perché molte donne non denuncino o tornino dal partner violento, senza che ciò costituisca complicità o debolezza.
Sul piano normativo, la tesi ricostruisce l'evoluzione del diritto penale italiano e internazionale. Il Codice Rosso del 2019 ha introdotto termini perentori per l'ascolto della vittima, nuovi reati (revenge porn, deformazione dell'aspetto della persona, costrizione al matrimonio) e un sistema di priorità processuale. La legge 168/2023 ha aggiunto l'obbligo di risk assessment entro 48 ore dalla denuncia. Culmine di questo percorso è la legge 181/2025, che ha introdotto nel codice penale l'art. 577-bis, il delitto autonomo di femminicidio, punito con l'ergastolo. La tesi dedica ampio spazio al vivace dibattito dottrinale che ne è scaturito: se da un lato la norma ha un innegabile valore simbolico-espressivo nel riconoscere che l'uccisione di una donna in quanto donna è qualitativamente diversa dall'omicidio comune, dall'altro i penalisti più autorevoli — Fiandaca, Pulitàno, Donini, Pace — ne hanno evidenziato i rischi: il pericolo del diritto penale simbolico, le difficoltà probatorie legate alla dimostrazione della motivazione di genere come elemento soggettivo speciale, e la possibile questione di legittimità costituzionale per violazione del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. Le prime applicazioni giurisprudenziali del 2026, con il Tribunale di Milano che ha già riqualificato un caso da femminicidio ad omicidio aggravato per mancata prova della motivazione di genere, confermano queste preoccupazioni.
Un capitolo interamente originale è dedicato alla violenza subita dagli uomini, fenomeno statisticamente rilevante (il 22% degli uomini europei ha subito violenza dal partner, secondo la FRA) ma culturalmente rimosso. La tesi non intende relativizzare la prevalenza e la gravità della violenza contro le donne, ma argomenta che riconoscere la sofferenza maschile silenziata arricchisce la comprensione del fenomeno nel suo complesso, ne rivela le radici comuni e impone l'adozione di servizi dedicati tuttora quasi inesistenti in Italia.
Le conclusioni propongono una strategia integrata su tre livelli: prevenzione primaria attraverso l'educazione emotiva obbligatoria nelle scuole e programmi di mascolinità positiva; prevenzione secondaria attraverso il potenziamento dei Centri per Uomini Maltrattanti; prevenzione terziaria attraverso reti di supporto per le vittime, voucher psicologici e giustizia riparativa. L'analisi costi-benefici è inequivocabile: il costo annuo della violenza di genere in Italia è stimato tra 17 e 26 miliardi di euro, mentre ogni euro investito nella prevenzione ne risparmia da 4 a 14. Il diritto penale può sanzionare. Solo l'educazione può prevenire.
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