Tesi etd-03082026-152824 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
DEBIDDA, ELENA
URN
etd-03082026-152824
Titolo
Moda e sostenibilità. Una riflessione etica sulle pratiche del vestire
Dipartimento
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
FILOSOFIA E FORME DEL SAPERE
Relatori
relatore Dadà, Silvia
Parole chiave
- care
- ethics
- etica
- fashion
- fast fashion
- Jonas
- moda
- Pulcini
- Simmel
- sostenibilità
- sustainability
- Veblen
Data inizio appello
10/04/2026
Consultabilità
Completa
Riassunto (Inglese)
Riassunto (Italiano)
Nella seguente tesi si esplora il tema della moda inteso come sistema complesso e le sue relative implicazioni ambientali, sociali ed etiche.
Nella prima parte del lavoro si analizza la moda come fenomeno da un punto di vista storico, sottolineando l'importanza dei primi due studiosi che hanno dato impulso allo studio di questo argomento.
Il sociologo G. Simmel ha formulato la sua teoria secondo cui l’essere umano ha in sé una doppia tendenza: da una parte la propensione alla fusione con il gruppo, dall’altra la distinzione individuale. Questa ambivalenza si mostra a pieno nella moda, in quanto concilia in modo dinamico l’esigenza di conformità con la volontà dell’affermazione dell’individualità.
Il lavoro di T. Veblen, economista americano, non si scosta molto dalle riflessioni di Simmel. Il suo studio si basa sull’osservazione della classe agiata americana, ovvero coloro che hanno il privilegio di poter vivere in modo confortevole esente dallo svolgimento di attività produttive. All’interno di The Theory of the Leisure class, l’abbigliamento ha un ruolo cardine in quanto il vestiario è ciò che definisce a primo colpo d’occhio lo status di un individuo.
Appartenere a questa classe significa possedere beni immateriali che diventano il simbolo dell’aver speso in modo improduttivo il tempo e sono: la conoscenza delle lingue morte, della corretta sintassi, della musica, il seguire le ultime mode e anche le buone maniere.
Nel corso del Novecento, la moda come fenomeno nella sua articolazione, entra a far parte del vocabolario di molte discipline. Dalla linguistica, alla sociologia, all’antropologia, alla psicologia, alla storia dell’arte. Fino a quando negli anni Ottanta nasce la Fashion Theory.
Essa è una disciplina che si pone tra tutte queste e cerca di dare alla moda il suo personale statuto ontologico. Secondo questo nuovo sapere, la moda deve essere considerata come un sistema di produzione di senso che non si limita all’abbigliamento.
La seconda parte di questo progetto si concentra sull’etica ambientale. Con questo termine si intende la disciplina della filosofia che studia la relazione morale degli esseri umani con l’ambiente e gli enti non umani che lo abitano, quindi il valore e lo status morale di questi ultimi.
Il secondo capitolo si concentra sui concetti di antropocentrismo e biocentrismo, analizzandone i rispettivi punti di forza e criticità, fino a giungere a una definizione di sostenibilità. Quello che merge da questa analisi, è che il modo più adatto per confrontarsi con il problema ambientale è una sintesi tra l’approccio antropocentrico, che ha permeato la storia dell’umanità occidentale (dallo gnosticismo fino alle prime formulazioni di Rousseu, Voltaire e Condillac) e quello biocentrico, che vede nell’ecologia profonda di Naess il suo sviluppo più radicale.
Un importante contributo in questo senso ci è dato da H. Jonas, in Il principio di responsabilità, in cui riscrive il tradizionale imperativo kantiano in una forma capace di includere una dimensione del dovere futura, che guarda anche alle future generazioni e non soltanto rivolta al presente. Inoltre ci è d'aiuto l'approccio di E. Pulcini che nel La cura del mondo, paura e responsabilità nell’età globale parte dalle riflessioni di Jonas, abbinando al suo impianto teorico un principio di tipo affettivo/psicologico.
L’applicazione di quest’ultimo è reso possibile grazie alla scoperta della vulnerabilità dell’oggetto (con cui si intende la natura o tutto ciò che è terzo) che nel suo stato inerme si espone alla soppressione, al suo trasformarsi in nulla. Questa relazione con la vulnerabilità terza ci rende capaci e responsabili di cura, inoltre sul piano soggettivo, si traduce in un senso di responsabilità.
La tesi a questo punto prende in analisi l’Agenda 2030, un progetto politico non vincolante portato avanti dall’Onu e sottoscritto da 193 nazioni. Si tratta di uno scritto al cui interno ci sono 17 macro obiettivi, i quali vanno verso tre direzioni: economica, ambientale, sociale.
Quello che è importante cogliere da questo documento è l’intento di far conciliare una tensione concettuale tra prosperità e sostenibilità, in modo da non rinunciare al progresso delle condizioni umane sulla Terra e alla conservazione del mondo. Un cambiamento di rotta è possibile soltanto tramite l’azione politica, che deve essere in grado di porsi come guida per orientare il mondo verso una dimensione più sostenibile.
L’obiettivo dell'ultima sezione è investigare quali sono state le conseguenze a seguito della tragedia del Rana Plaza (Bangladesh) e quali sono le ragioni per cui la produzione dell’industria tessile si è trasferita, a partire dagli anni Duemila, nei paesi in via di sviluppo.
A seguito del disastro sono nate associazioni, come Fashion Revolution, ma anche La Clean Clothes Campaign, un’alleanza di sindacati, con lo scopo di sensibilizzare su queste tematiche e attuare cambiamenti all’interno del sistema sui temi dei salari, dei sistemi di sicurezza e dell’impatto ambientale della produzione. Queste realtà hanno smosso qualche coscienza e hanno fatto in modo che venisse compiuto qualche timido passo in avanti, ma la strada è ancora lunga.
I motivi alla base dell’ascesa del sistema produttivo predatorio del fast fashion e del suo successo in termini commerciali trovano la loro origine nel marketing. Alla base, c’è stata la volontà di manipolare l’opinione pubblica attraverso campagne pubblicitarie ad hoc, verso scelte di consumo meno responsabili e che seguono la parabola dell’acquista, utilizza e butta.
Anche in questo senso sembra che l’unico metodo efficace per salvaguardare il reale benessere dell’ambiente e non finire preda di questi falsi miti di sostenibilità, risiede nell’attuazione di precise scelte politiche, di trasparenza, collaborazione e responsabilità.
Il lavoro si conclude con la trattazione di un caso studio del territorio, un esempio virtuoso di economia circolare e green marketing come prova di un’alternativa possibile al modello dominante. L’analisi riguarda Rifò, un brand che, riprende l’antica tradizione del territorio del distretto di Prato dei cenciaioli, e tramite l’utilizzo di panni o stracci rigenerati punta a produrre prodotti di maglieria in cui si valorizzano i fornitori locali, i lavoratori e si ottimizza ciò che per altri viene ritenuto uno spreco.
Nella prima parte del lavoro si analizza la moda come fenomeno da un punto di vista storico, sottolineando l'importanza dei primi due studiosi che hanno dato impulso allo studio di questo argomento.
Il sociologo G. Simmel ha formulato la sua teoria secondo cui l’essere umano ha in sé una doppia tendenza: da una parte la propensione alla fusione con il gruppo, dall’altra la distinzione individuale. Questa ambivalenza si mostra a pieno nella moda, in quanto concilia in modo dinamico l’esigenza di conformità con la volontà dell’affermazione dell’individualità.
Il lavoro di T. Veblen, economista americano, non si scosta molto dalle riflessioni di Simmel. Il suo studio si basa sull’osservazione della classe agiata americana, ovvero coloro che hanno il privilegio di poter vivere in modo confortevole esente dallo svolgimento di attività produttive. All’interno di The Theory of the Leisure class, l’abbigliamento ha un ruolo cardine in quanto il vestiario è ciò che definisce a primo colpo d’occhio lo status di un individuo.
Appartenere a questa classe significa possedere beni immateriali che diventano il simbolo dell’aver speso in modo improduttivo il tempo e sono: la conoscenza delle lingue morte, della corretta sintassi, della musica, il seguire le ultime mode e anche le buone maniere.
Nel corso del Novecento, la moda come fenomeno nella sua articolazione, entra a far parte del vocabolario di molte discipline. Dalla linguistica, alla sociologia, all’antropologia, alla psicologia, alla storia dell’arte. Fino a quando negli anni Ottanta nasce la Fashion Theory.
Essa è una disciplina che si pone tra tutte queste e cerca di dare alla moda il suo personale statuto ontologico. Secondo questo nuovo sapere, la moda deve essere considerata come un sistema di produzione di senso che non si limita all’abbigliamento.
La seconda parte di questo progetto si concentra sull’etica ambientale. Con questo termine si intende la disciplina della filosofia che studia la relazione morale degli esseri umani con l’ambiente e gli enti non umani che lo abitano, quindi il valore e lo status morale di questi ultimi.
Il secondo capitolo si concentra sui concetti di antropocentrismo e biocentrismo, analizzandone i rispettivi punti di forza e criticità, fino a giungere a una definizione di sostenibilità. Quello che merge da questa analisi, è che il modo più adatto per confrontarsi con il problema ambientale è una sintesi tra l’approccio antropocentrico, che ha permeato la storia dell’umanità occidentale (dallo gnosticismo fino alle prime formulazioni di Rousseu, Voltaire e Condillac) e quello biocentrico, che vede nell’ecologia profonda di Naess il suo sviluppo più radicale.
Un importante contributo in questo senso ci è dato da H. Jonas, in Il principio di responsabilità, in cui riscrive il tradizionale imperativo kantiano in una forma capace di includere una dimensione del dovere futura, che guarda anche alle future generazioni e non soltanto rivolta al presente. Inoltre ci è d'aiuto l'approccio di E. Pulcini che nel La cura del mondo, paura e responsabilità nell’età globale parte dalle riflessioni di Jonas, abbinando al suo impianto teorico un principio di tipo affettivo/psicologico.
L’applicazione di quest’ultimo è reso possibile grazie alla scoperta della vulnerabilità dell’oggetto (con cui si intende la natura o tutto ciò che è terzo) che nel suo stato inerme si espone alla soppressione, al suo trasformarsi in nulla. Questa relazione con la vulnerabilità terza ci rende capaci e responsabili di cura, inoltre sul piano soggettivo, si traduce in un senso di responsabilità.
La tesi a questo punto prende in analisi l’Agenda 2030, un progetto politico non vincolante portato avanti dall’Onu e sottoscritto da 193 nazioni. Si tratta di uno scritto al cui interno ci sono 17 macro obiettivi, i quali vanno verso tre direzioni: economica, ambientale, sociale.
Quello che è importante cogliere da questo documento è l’intento di far conciliare una tensione concettuale tra prosperità e sostenibilità, in modo da non rinunciare al progresso delle condizioni umane sulla Terra e alla conservazione del mondo. Un cambiamento di rotta è possibile soltanto tramite l’azione politica, che deve essere in grado di porsi come guida per orientare il mondo verso una dimensione più sostenibile.
L’obiettivo dell'ultima sezione è investigare quali sono state le conseguenze a seguito della tragedia del Rana Plaza (Bangladesh) e quali sono le ragioni per cui la produzione dell’industria tessile si è trasferita, a partire dagli anni Duemila, nei paesi in via di sviluppo.
A seguito del disastro sono nate associazioni, come Fashion Revolution, ma anche La Clean Clothes Campaign, un’alleanza di sindacati, con lo scopo di sensibilizzare su queste tematiche e attuare cambiamenti all’interno del sistema sui temi dei salari, dei sistemi di sicurezza e dell’impatto ambientale della produzione. Queste realtà hanno smosso qualche coscienza e hanno fatto in modo che venisse compiuto qualche timido passo in avanti, ma la strada è ancora lunga.
I motivi alla base dell’ascesa del sistema produttivo predatorio del fast fashion e del suo successo in termini commerciali trovano la loro origine nel marketing. Alla base, c’è stata la volontà di manipolare l’opinione pubblica attraverso campagne pubblicitarie ad hoc, verso scelte di consumo meno responsabili e che seguono la parabola dell’acquista, utilizza e butta.
Anche in questo senso sembra che l’unico metodo efficace per salvaguardare il reale benessere dell’ambiente e non finire preda di questi falsi miti di sostenibilità, risiede nell’attuazione di precise scelte politiche, di trasparenza, collaborazione e responsabilità.
Il lavoro si conclude con la trattazione di un caso studio del territorio, un esempio virtuoso di economia circolare e green marketing come prova di un’alternativa possibile al modello dominante. L’analisi riguarda Rifò, un brand che, riprende l’antica tradizione del territorio del distretto di Prato dei cenciaioli, e tramite l’utilizzo di panni o stracci rigenerati punta a produrre prodotti di maglieria in cui si valorizzano i fornitori locali, i lavoratori e si ottimizza ciò che per altri viene ritenuto uno spreco.
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