Tesi etd-03042026-165159 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
SPAGNUOLO, GIULIA
URN
etd-03042026-165159
Titolo
Ordine e utilità. Jeremy Bentham e il controllo della società.
Dipartimento
SCIENZE POLITICHE
Corso di studi
COMUNICAZIONE D'IMPRESA E POLITICA DELLE RISORSE UMANE
Relatori
relatore Calabrò, Carmelo
Parole chiave
- Jeremy Bentham
- Panopticon
Data inizio appello
23/03/2026
Consultabilità
Completa
Riassunto (Inglese)
Riassunto (Italiano)
Il presente elaborato si propone di analizzare la genesi, lo sviluppo e il significato teorico-politico dell’utilitarismo di Jeremy Bentham, collocando questa dottrina all’interno di un periodo storico caratterizzato da profonde trasformazioni economiche, sociali e istituzionali. L’obiettivo principale è mostrare come il principio utilitaristico non rappresenti soltanto una teoria morale, ma costituisca anche il fondamento di una nuova razionalità giuridica e politica, capace di ridefinire il rapporto tra individuo, diritto e potere all’interno della società moderna. In questa prospettiva, l’utilitarismo benthamiano non viene considerato semplicemente come una corrente della filosofia morale settecentesca, bensì come una vera e propria teoria della legislazione e del governo, che mira a riorganizzare l’intero sistema normativo sulla base di criteri di utilità e di calcolo delle conseguenze.
L’elaborato si articola in tre capitoli, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico della formazione e dell’applicazione del pensiero benthamiano. Il primo capitolo ricostruisce il contesto storico ed economico in cui si sviluppano le condizioni che rendono possibile l’emergere dell’utilitarismo. L’Inghilterra tra il XVIII e il XIX secolo attraversa infatti una fase di trasformazione profonda delle strutture sociali e produttive. L’espansione commerciale e coloniale, l’aumento dei traffici internazionali e lo sviluppo di nuove tecnologie produttive danno impulso a quel processo che verrà successivamente definito Rivoluzione Industriale. Il passaggio dal sistema produttivo artigianale e domestico al sistema di fabbrica modifica radicalmente i rapporti tra lavoro, proprietà e organizzazione della società. Nasce una nuova classe sociale, la borghesia imprenditoriale, che promuove un modello culturale fondato sull’individualismo produttivo, sull’iniziativa economica e sulla valorizzazione del lavoro come principio di organizzazione sociale.
In questo nuovo scenario il diritto assume un ruolo sempre più centrale. Esso non è più soltanto uno strumento di conservazione dell’ordine tradizionale, ma diventa un mezzo attivo di regolamentazione dei rapporti sociali, economici e politici. La crescente complessità della società industriale richiede infatti norme capaci di garantire stabilità, prevedibilità e tutela della proprietà privata. Allo stesso tempo, il diritto deve essere in grado di gestire i conflitti sociali che emergono dal processo di industrializzazione, come le tensioni tra lavoratori e imprenditori, le nuove forme di povertà urbana e la crescente mobilità della popolazione. In questo contesto, la tradizione giusnaturalista, fondata sull’idea di una legge naturale universale e immutabile, appare sempre meno adeguata a interpretare e regolare la realtà sociale. La società moderna richiede invece un linguaggio normativo più flessibile e operativo, capace di misurare interessi, bisogni e conseguenze concrete delle azioni umane.
Il secondo capitolo analizza le radici filosofiche dell’utilitarismo e il modo in cui Bentham rielabora e radicalizza alcune delle principali correnti di pensiero del Settecento. Il pensiero benthamiano si colloca infatti all’interno di una tradizione che comprende autori come Hobbes, Hume e gli empiristi morali inglesi, i quali avevano già iniziato a mettere in discussione il fondamento metafisico della morale e del diritto. Bentham riprende queste riflessioni e le sviluppa in una direzione più sistematica, trasformando il piacere e il dolore nei criteri fondamentali di una nuova scienza della legislazione. Secondo Bentham, gli esseri umani sono guidati nelle loro azioni da due sovrani naturali: il piacere e il dolore. Tutte le decisioni, individuali e collettive, possono essere comprese come tentativi di massimizzare il piacere e ridurre il dolore.
Su questa base Bentham formula il principio di utilità, secondo cui un’azione o una norma devono essere giudicate in base alla loro capacità di produrre la maggiore felicità per il maggior numero di persone. Il principio di utilità diventa così un criterio oggettivo per valutare le leggi e le istituzioni politiche. Il legislatore non deve limitarsi a richiamarsi a principi astratti di giustizia o a tradizioni consolidate, ma deve invece calcolare le conseguenze delle norme e orientare le scelte legislative verso il massimo benessere collettivo. In questa prospettiva, il diritto diventa uno strumento tecnico attraverso cui il governo può intervenire sul comportamento umano, influenzando le scelte degli individui attraverso un sistema di premi e punizioni. L’utilitarismo rappresenta quindi il compimento di un processo di razionalizzazione del diritto che caratterizza la modernità politica: la legge non è più espressione di un ordine naturale o divino, ma un mezzo artificiale progettato per produrre determinati effetti sociali.
Il terzo capitolo prende in esame il Panopticon, il celebre progetto architettonico elaborato da Bentham alla fine del Settecento, interpretandolo come una concreta applicazione del principio utilitaristico. Il Panopticon nasce originariamente come modello di riforma del sistema penitenziario, ma assume rapidamente un significato molto più ampio. Si tratta infatti di un edificio circolare organizzato attorno a una torre centrale di osservazione, dal quale un sorvegliante può controllare tutte le celle disposte lungo la circonferenza esterna. La particolarità di questa struttura risiede nel fatto che i detenuti non possono sapere se in un determinato momento siano effettivamente osservati, ma sono costantemente esposti alla possibilità dello sguardo.
Questo meccanismo produce un effetto disciplinare particolarmente efficace: la sorveglianza non deve essere continua nella pratica, perché viene interiorizzata dai soggetti stessi. Gli individui finiscono per controllare il proprio comportamento come se fossero sempre osservati. In questo modo il ricorso alla coercizione fisica diretta può essere ridotto, mentre aumenta l’efficienza del sistema di controllo. L’architettura diventa quindi una vera e propria tecnologia politica, capace di organizzare lo spazio in modo da orientare i comportamenti individuali verso l’utile collettivo. Il Panopticon non è dunque soltanto un progetto carcerario, ma un modello applicabile a molte altre istituzioni moderne, come fabbriche, scuole, ospedali e caserme.
L’elaborato sostiene, in conclusione, che l’utilitarismo benthamiano rappresenta un punto di convergenza tra trasformazioni economiche, evoluzioni della filosofia morale e processi di razionalizzazione del potere politico. La nascita della società industriale, la crisi del giusnaturalismo e lo sviluppo di nuove forme di governo basate sul calcolo e sull’efficienza creano le condizioni per l’affermazione di una concezione del diritto come strumento tecnico di organizzazione sociale. Il Panopticon, pur non essendo mai stato realizzato nella forma originariamente progettata da Bentham, rimane una delle immagini più emblematiche di questa nuova razionalità politica. Esso rappresenta simbolicamente una modernità in cui la legittimità del potere non deriva più da fondamenti trascendenti o da tradizioni immutabili, ma dalla sua capacità di produrre sicurezza, ordine e felicità misurabile per la collettività.
L’elaborato si articola in tre capitoli, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico della formazione e dell’applicazione del pensiero benthamiano. Il primo capitolo ricostruisce il contesto storico ed economico in cui si sviluppano le condizioni che rendono possibile l’emergere dell’utilitarismo. L’Inghilterra tra il XVIII e il XIX secolo attraversa infatti una fase di trasformazione profonda delle strutture sociali e produttive. L’espansione commerciale e coloniale, l’aumento dei traffici internazionali e lo sviluppo di nuove tecnologie produttive danno impulso a quel processo che verrà successivamente definito Rivoluzione Industriale. Il passaggio dal sistema produttivo artigianale e domestico al sistema di fabbrica modifica radicalmente i rapporti tra lavoro, proprietà e organizzazione della società. Nasce una nuova classe sociale, la borghesia imprenditoriale, che promuove un modello culturale fondato sull’individualismo produttivo, sull’iniziativa economica e sulla valorizzazione del lavoro come principio di organizzazione sociale.
In questo nuovo scenario il diritto assume un ruolo sempre più centrale. Esso non è più soltanto uno strumento di conservazione dell’ordine tradizionale, ma diventa un mezzo attivo di regolamentazione dei rapporti sociali, economici e politici. La crescente complessità della società industriale richiede infatti norme capaci di garantire stabilità, prevedibilità e tutela della proprietà privata. Allo stesso tempo, il diritto deve essere in grado di gestire i conflitti sociali che emergono dal processo di industrializzazione, come le tensioni tra lavoratori e imprenditori, le nuove forme di povertà urbana e la crescente mobilità della popolazione. In questo contesto, la tradizione giusnaturalista, fondata sull’idea di una legge naturale universale e immutabile, appare sempre meno adeguata a interpretare e regolare la realtà sociale. La società moderna richiede invece un linguaggio normativo più flessibile e operativo, capace di misurare interessi, bisogni e conseguenze concrete delle azioni umane.
Il secondo capitolo analizza le radici filosofiche dell’utilitarismo e il modo in cui Bentham rielabora e radicalizza alcune delle principali correnti di pensiero del Settecento. Il pensiero benthamiano si colloca infatti all’interno di una tradizione che comprende autori come Hobbes, Hume e gli empiristi morali inglesi, i quali avevano già iniziato a mettere in discussione il fondamento metafisico della morale e del diritto. Bentham riprende queste riflessioni e le sviluppa in una direzione più sistematica, trasformando il piacere e il dolore nei criteri fondamentali di una nuova scienza della legislazione. Secondo Bentham, gli esseri umani sono guidati nelle loro azioni da due sovrani naturali: il piacere e il dolore. Tutte le decisioni, individuali e collettive, possono essere comprese come tentativi di massimizzare il piacere e ridurre il dolore.
Su questa base Bentham formula il principio di utilità, secondo cui un’azione o una norma devono essere giudicate in base alla loro capacità di produrre la maggiore felicità per il maggior numero di persone. Il principio di utilità diventa così un criterio oggettivo per valutare le leggi e le istituzioni politiche. Il legislatore non deve limitarsi a richiamarsi a principi astratti di giustizia o a tradizioni consolidate, ma deve invece calcolare le conseguenze delle norme e orientare le scelte legislative verso il massimo benessere collettivo. In questa prospettiva, il diritto diventa uno strumento tecnico attraverso cui il governo può intervenire sul comportamento umano, influenzando le scelte degli individui attraverso un sistema di premi e punizioni. L’utilitarismo rappresenta quindi il compimento di un processo di razionalizzazione del diritto che caratterizza la modernità politica: la legge non è più espressione di un ordine naturale o divino, ma un mezzo artificiale progettato per produrre determinati effetti sociali.
Il terzo capitolo prende in esame il Panopticon, il celebre progetto architettonico elaborato da Bentham alla fine del Settecento, interpretandolo come una concreta applicazione del principio utilitaristico. Il Panopticon nasce originariamente come modello di riforma del sistema penitenziario, ma assume rapidamente un significato molto più ampio. Si tratta infatti di un edificio circolare organizzato attorno a una torre centrale di osservazione, dal quale un sorvegliante può controllare tutte le celle disposte lungo la circonferenza esterna. La particolarità di questa struttura risiede nel fatto che i detenuti non possono sapere se in un determinato momento siano effettivamente osservati, ma sono costantemente esposti alla possibilità dello sguardo.
Questo meccanismo produce un effetto disciplinare particolarmente efficace: la sorveglianza non deve essere continua nella pratica, perché viene interiorizzata dai soggetti stessi. Gli individui finiscono per controllare il proprio comportamento come se fossero sempre osservati. In questo modo il ricorso alla coercizione fisica diretta può essere ridotto, mentre aumenta l’efficienza del sistema di controllo. L’architettura diventa quindi una vera e propria tecnologia politica, capace di organizzare lo spazio in modo da orientare i comportamenti individuali verso l’utile collettivo. Il Panopticon non è dunque soltanto un progetto carcerario, ma un modello applicabile a molte altre istituzioni moderne, come fabbriche, scuole, ospedali e caserme.
L’elaborato sostiene, in conclusione, che l’utilitarismo benthamiano rappresenta un punto di convergenza tra trasformazioni economiche, evoluzioni della filosofia morale e processi di razionalizzazione del potere politico. La nascita della società industriale, la crisi del giusnaturalismo e lo sviluppo di nuove forme di governo basate sul calcolo e sull’efficienza creano le condizioni per l’affermazione di una concezione del diritto come strumento tecnico di organizzazione sociale. Il Panopticon, pur non essendo mai stato realizzato nella forma originariamente progettata da Bentham, rimane una delle immagini più emblematiche di questa nuova razionalità politica. Esso rappresenta simbolicamente una modernità in cui la legittimità del potere non deriva più da fondamenti trascendenti o da tradizioni immutabili, ma dalla sua capacità di produrre sicurezza, ordine e felicità misurabile per la collettività.
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