Tesi etd-02202025-115148 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
BASSETTA, FEDERICO
URN
etd-02202025-115148
Titolo
L'espansione giapponese nell'Indopacifico tra il 1941 e il 1942
Dipartimento
SCIENZE POLITICHE
Corso di studi
SCIENZE MARITTIME E NAVALI
Relatori
relatore Prof. Giannotti, Andrea
correlatore C.F. (AN) Priami, Diego
correlatore C.F. (AN) Priami, Diego
Parole chiave
- Birmania
- embargo
- espansionismo
- Filippine
- Giappone
- imperialismo
- Indocina
- Manciuria
- Mar dei Coralli
- Meiji
- Micronesia
- Midway
- militarismo
- Pacifico
- Pearl Harbor
- portaerei
- Rabaul
- Seconda Guerra Mondiale
- Sfera di co-prosperità
- Singapore
Data inizio appello
07/03/2025
Consultabilità
Completa
Riassunto
L’espansione giapponese nell’Indopacifico tra il 1941 e il 1942 rappresenta il momento di massima crescita territoriale dell’Impero giapponese e uno snodo cruciale della Seconda Guerra Mondiale. Per comprendere le ragioni di questa espansione è necessario partire dalla modernizzazione dell’era Meiji, avviata nella seconda metà dell’Ottocento, che trasformò il Giappone da un paese feudale isolato a una potenza industriale e militare in grado di competere con le nazioni occidentali. La vittoria nella guerra sino-giapponese del 1894-1895 e in quella russo-giapponese del 1904-1905 consolidò il suo ruolo nell’Asia orientale, permettendogli di ottenere Taiwan e di esercitare un controllo crescente sulla Corea e sulla Manciuria. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il Giappone rafforzò la sua posizione nel Pacifico, ottenendo i territori ex-tedeschi e partecipando alle trattative internazionali come una delle grandi potenze. Tuttavia, la crisi economica del 1929 e l’ascesa del militarismo portarono il paese a intraprendere una politica sempre più aggressiva. L’invasione della Manciuria nel 1931 e la creazione dello stato fantoccio del Manchukuo segnarono un primo passo verso lo scontro con le potenze occidentali, culminato con la seconda guerra sino-giapponese del 1937 e con la progressiva occupazione di vasti territori cinesi. L’alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista nel 1940 rafforzò ulteriormente il posizionamento giapponese nello scacchiere internazionale, mentre l’occupazione dell’Indocina francese nel 1941 portò gli Stati Uniti a imporre un embargo sulle esportazioni di petrolio, una risorsa fondamentale per l’industria bellica nipponica. Privato di materie prime essenziali, il Giappone decise di avviare una grande offensiva militare con l’obiettivo di assicurarsi il controllo del Pacifico e delle risorse necessarie per sostenere il proprio sforzo bellico.
L’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 fu la scintilla che diede il via a una massiccia operazione di conquista che si sviluppò su più fronti, dimostrando l’efficienza e la rapidità della macchina da guerra giapponese. Nei mesi successivi, il Giappone portò avanti una campagna militare senza precedenti, conquistando vasti territori nell’Asia sud-orientale e nel Pacifico. In meno di sei mesi, le forze giapponesi occuparono la Malesia, concludendo l’operazione con la caduta di Singapore il 15 febbraio 1942, un evento che rappresentò una delle più grandi sconfitte della Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale. Parallelamente, l’avanzata giapponese nelle Filippine portò alla resa delle forze statunitensi il 6 maggio 1942, dopo mesi di aspri combattimenti culminati nella caduta della fortezza di Corregidor. Anche le Indie Orientali Olandesi furono rapidamente conquistate tra gennaio e marzo 1942, garantendo al Giappone il controllo delle ricche riserve di petrolio e di altre risorse strategiche.
L’espansione giapponese non si limitò alle aree continentali, ma si estese alle isole del Pacifico. Le Isole Gilbert, Wake e Guam furono occupate nei primi giorni della guerra, mentre le forze giapponesi sbarcarono nella Nuova Guinea e nelle Isole Bismarck, stabilendo importanti basi militari, tra cui Rabaul, che divenne il principale centro operativo dell’Impero nell’area. Conquistando le Isole Salomone e l’arcipelago delle Caroline, il Giappone consolidò il suo controllo sulle rotte marittime e preparò il terreno per ulteriori operazioni. Un obiettivo chiave della strategia giapponese era l’occupazione di Port Moresby, che avrebbe consentito di minacciare direttamente l’Australia e rafforzare il dominio nel Pacifico sud-occidentale. Tuttavia, la battaglia del Mar dei Coralli nel maggio 1942 impedì il raggiungimento di questo obiettivo, segnando il primo vero arresto della travolgente avanzata nipponica.
La strategia giapponese si basava su un’efficace combinazione di superiorità aeronavale, rapidità di movimento e sfruttamento di basi strategiche. L’esercito giapponese dimostrò un’elevata capacità di adattamento alle condizioni tropicali e una grande abilità nelle operazioni anfibie, avanzando con sorprendente velocità su più fronti contemporaneamente. L’uso delle portaerei e il dominio dei mari permisero di coordinare gli attacchi con estrema precisione, mettendo in seria difficoltà le potenze alleate. Tuttavia, mentre il Giappone raggiungeva l’apice della sua espansione a metà del 1942, cominciavano a emergere le prime difficoltà logistiche e strategiche. L’enorme estensione del territorio conquistato rendeva complesso il mantenimento dei rifornimenti e il controllo delle numerose linee di comunicazione, esponendo le forze giapponesi a un crescente logoramento.
Nonostante questi primi segnali di difficoltà, il Giappone sembrava ancora inarrestabile, con un impero che si estendeva dalla Birmania alle Isole Salomone e dall’Indonesia fino alla Micronesia. L’ampiezza delle conquiste giapponesi aveva completamente ridisegnato l’equilibrio di potere nell’Indopacifico, mettendo in crisi il dominio coloniale occidentale nella regione e ponendo gli Alleati in una posizione di difesa. L’espansione del 1941 e 1942 rimase il momento di massima affermazione dell’Impero giapponese, un periodo in cui la sua superiorità militare sembrava incontrastata e il controllo del Pacifico pareva a portata di mano. Tuttavia, le difficoltà nel consolidare i territori conquistati e la crescente resistenza alleata avrebbero presto messo alla prova la capacità del Giappone di mantenere il suo impero espansionista.
L’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 fu la scintilla che diede il via a una massiccia operazione di conquista che si sviluppò su più fronti, dimostrando l’efficienza e la rapidità della macchina da guerra giapponese. Nei mesi successivi, il Giappone portò avanti una campagna militare senza precedenti, conquistando vasti territori nell’Asia sud-orientale e nel Pacifico. In meno di sei mesi, le forze giapponesi occuparono la Malesia, concludendo l’operazione con la caduta di Singapore il 15 febbraio 1942, un evento che rappresentò una delle più grandi sconfitte della Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale. Parallelamente, l’avanzata giapponese nelle Filippine portò alla resa delle forze statunitensi il 6 maggio 1942, dopo mesi di aspri combattimenti culminati nella caduta della fortezza di Corregidor. Anche le Indie Orientali Olandesi furono rapidamente conquistate tra gennaio e marzo 1942, garantendo al Giappone il controllo delle ricche riserve di petrolio e di altre risorse strategiche.
L’espansione giapponese non si limitò alle aree continentali, ma si estese alle isole del Pacifico. Le Isole Gilbert, Wake e Guam furono occupate nei primi giorni della guerra, mentre le forze giapponesi sbarcarono nella Nuova Guinea e nelle Isole Bismarck, stabilendo importanti basi militari, tra cui Rabaul, che divenne il principale centro operativo dell’Impero nell’area. Conquistando le Isole Salomone e l’arcipelago delle Caroline, il Giappone consolidò il suo controllo sulle rotte marittime e preparò il terreno per ulteriori operazioni. Un obiettivo chiave della strategia giapponese era l’occupazione di Port Moresby, che avrebbe consentito di minacciare direttamente l’Australia e rafforzare il dominio nel Pacifico sud-occidentale. Tuttavia, la battaglia del Mar dei Coralli nel maggio 1942 impedì il raggiungimento di questo obiettivo, segnando il primo vero arresto della travolgente avanzata nipponica.
La strategia giapponese si basava su un’efficace combinazione di superiorità aeronavale, rapidità di movimento e sfruttamento di basi strategiche. L’esercito giapponese dimostrò un’elevata capacità di adattamento alle condizioni tropicali e una grande abilità nelle operazioni anfibie, avanzando con sorprendente velocità su più fronti contemporaneamente. L’uso delle portaerei e il dominio dei mari permisero di coordinare gli attacchi con estrema precisione, mettendo in seria difficoltà le potenze alleate. Tuttavia, mentre il Giappone raggiungeva l’apice della sua espansione a metà del 1942, cominciavano a emergere le prime difficoltà logistiche e strategiche. L’enorme estensione del territorio conquistato rendeva complesso il mantenimento dei rifornimenti e il controllo delle numerose linee di comunicazione, esponendo le forze giapponesi a un crescente logoramento.
Nonostante questi primi segnali di difficoltà, il Giappone sembrava ancora inarrestabile, con un impero che si estendeva dalla Birmania alle Isole Salomone e dall’Indonesia fino alla Micronesia. L’ampiezza delle conquiste giapponesi aveva completamente ridisegnato l’equilibrio di potere nell’Indopacifico, mettendo in crisi il dominio coloniale occidentale nella regione e ponendo gli Alleati in una posizione di difesa. L’espansione del 1941 e 1942 rimase il momento di massima affermazione dell’Impero giapponese, un periodo in cui la sua superiorità militare sembrava incontrastata e il controllo del Pacifico pareva a portata di mano. Tuttavia, le difficoltà nel consolidare i territori conquistati e la crescente resistenza alleata avrebbero presto messo alla prova la capacità del Giappone di mantenere il suo impero espansionista.
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