Tesi etd-01222025-164254 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
FRANCAVILLA, GIUSEPPE DAMIANO
Indirizzo email
g.francavilla2@studenti.unipi.it, gd.francavilla@hotmail.com
URN
etd-01222025-164254
Titolo
La natura in cammino. Tra enattivismo e pragmatismo
Dipartimento
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
FILOSOFIA E FORME DEL SAPERE
Relatori
relatore Prof. Manca, Danilo
correlatore Prof. Baggio, Guido
correlatore Prof. Baggio, Guido
Parole chiave
- 4e cognition
- Action
- Autopoiesi
- Autopoiesis
- Azione
- Biologia
- Biology
- Cognizione 4e
- Dinamycal system theory
- Embodied mind
- Enactivism
- Enattivismo
- Evan Thompson
- Evolution
- Evoluzione
- Fenomenologia
- Filosofia della natura
- Finalità
- Idealism
- Idealismo
- John Dewey
- Life
- Mente incarnata
- Natura
- Naturalism
- Naturalismo
- Nature
- Organism-environment
- Organismo-ambiente
- Phenomenology
- Philosophy of nature
- Pragmatic turn
- Pragmatism
- Pragmatismo
- Psicologia
- Psychology
- Purposiveness
- Realism
- Realismo
- Svolta pragmatica
- Teleologia
- Teleology
- Teoria dei sistemi dinamici
- Vita
Data inizio appello
07/02/2025
Consultabilità
Completa
Riassunto
See below for a transalation into English.
Il lavoro si inscrive nel contesto complesso della svolta pragmatica nelle scienze cognitive, dove i fautori delle teorie della mente incarnata divengono sempre più consapevoli di stare sviluppando temi e strategie che si pongono in evidente continuità con la tradizione del pragmatismo classico. L'obiettivo della tesi è quello di instaurare un dialogo tra l'enattivismo di ispirazione fenomenologica di Evan Thompson con il naturalismo pragmatico di John Dewey, gettando le basi per lavorare a una "filosofia della natura" pragmatista enattiva che faccia tesoro delle prospettive su esperienza, natura e mente sia della tradizione fenomenologica che di quella pragmatista.
La tesi è composta da sette capitoli e si divide in tre sezioni.
Nella prima sezione vengono gettate le basi del lavoro attraverso una presentazione delle coordinate generali del dibattito. Il primo capitolo si concentra sulle motivazioni che hanno portato a una crisi del cognitivismo classico, caratterizzato dagli assunti dell'internismo, del meccanicismo e del rappresentazionalismo. Le difficoltà inerenti alla metafisica sottesa a questo paradigma e il problema della naturalizzazione dell'intenzionalità hanno portato all’affermarsi di un eterogeneo paradigma incarnato nelle scienze cognitive, dove l'enattivismo si presenta come opzione radicale nella misura in cui rifiuta integralmente gli assunti del cognitivismo classico. Il secondo capitolo ha lo scopo di presentare l'enattivismo mettendo in luce tre aspetti. Primo, l'enattivismo – il cui impegno centrale è una concezione di mente come radicata nell'interazione abile di un organismo vivente immerso nel suo ambiente - è un movimento eterogeneo, che accoglie in sé approcci che divergono su certi aspetti teorici e stili di ricerca. Secondo, gli studiosi stanno discutendo se l'enattivismo debba essere inteso come un "paradigma di ricerca" – in competizione con il cognitivismo - o una "filosofia della natura", che ripensa il concetto di mente nel quadro di un più ampio ripensamento del concetto di natura, che vede filosofia e scienza interagire in modo dinamico e trasformativo. Terzo, l'enattivismo si inscrive in quella che è stata definita una svolta pragmatica nelle scienze cognitive, dove assistiamo a un dialogo sempre più fitto tra i fautori del paradigma 4E (incarnato, immerso, esteso, enattivo) e i pragmatisti classici. Il mio lavoro si inscrive in questo quadro, scegliendo di focalizzarsi sull’enattivismo di ispirazione fenomenologica di Evan Thompson – detto enattivismo “originario” o “autopoietico” o “autonomista” – e sul naturalismo pragmatico di John Dewey. L’idea è quella di lavorare a una filosofia della natura pragmatista enattiva, che riesca a integrare enattivismo e pragmatismo in un quadro filosofico solido e coerente, che faccia tesoro sia della tradizione fenomenologica che di quella pragmatista.
La seconda sezione si concentra sullo studio di The Embodied Mind e Mind in Life per inquadrare le istanze centrali dell’enattivismo autonomista e individuare tensioni e difficoltà che si prestano a essere integrate con la prospettiva pragmatista. Tali difficoltà si legano in particolare a due problemi intrecciati tra loro. Primo, quello del realismo, cioè il problema dell’esistenza di e dell’accesso a un mondo indipendente dalla mente. Secondo, quello del naturalismo, cioè il problema metafilosofico del rapporto tra riflessione filosofica e conoscenza scientifica da un lato, e quello ontologico dell’esistenza della natura come dominio preesistente che presiede alla costituzione di mente e mondo dall’altro. Il primo capitolo mostra come la critica filosofica al rappresentazionalismo sia calata, in The Embodied Mind, nel contesto delle scienze cognitive, dove viene messo in discussione che la cognizione consista nella rappresentazione interna di un mondo pre-dato. Il secondo si sposta su Mind in Life, dove viene presa in esame la lettura di Thompson della fenomenologia husserliana, che gli fornisce un metodo che innerva l’indagine svolta nel corso del testo. Thompson concepisce il suo lavoro come esempio di una fenomenologia naturalizzata, dove l’intenzionalità fenomenologica viene radicata, con l’ausilio di teorie empiriche e modelli matematici, nei processi biologici. Questo pone il lavoro di Thompson in uno stato di tensione, nella misura in cui mantiene per tutto il testo un atteggiamento fenomenologico-descrittivo, e la natura sembra essere, nonostante il dialogo con le scienze naturali, concepita come il correlato oggettivo dell’indagine scientifica, e non vi è mai un impegno esplicito in un naturalismo metafisico. Il terzo capitolo indaga come Thompson combini la filosofia fenomenologica di Merleau-Ponty e la teoria dei sistemi dinamici per porre vita e mente in continuità emergente come strategia per dissolvere il divario esplicativo tra coscienza e natura, e mostrare che l’interiorità biologica (la dimensione organizzativa e funzionale interna di un sistema vivente) precorre l’interiorità fenomenologica (l’esperienza vissuta). In questa sede si discute come l’enfasi sull’interiorità proposta da Thompson, dove l’organismo ha rispetto all’ambiente un ruolo privilegiato nel processo di conferimento di significato (sense-making), abbia condotto alcuni studiosi a interpretare la sua posizione come una forma di bio-idealismo. Nel terzo capitolo, si discute la svolta teleologica intrapresa da Thompson e il suo approccio all’evoluzione. Qui faccio emergere due punti. Primo, Thompson, che naturalizza il concetto di “fine naturale” di Kant e si pone in dialogo con la filosofia di Jonas, riconoscendo la teleologia come fenomeno reale e operativo nella natura vivente, fa il suo unico e più importante impegno ontologico nel suo lavoro, ma senza impegnarsi, come ha fatto Jonas, in una più ampia metafisica della natura. Secondo, Thompson sviluppa un approccio all’evoluzione che integra la nozione di autopoiesi, riconosciuta nel suo carattere teleologico, e la Developmental System Theory, che concepisce l’organismo come costruttore di nicchie, cioè non come soggetto passivo della selezione naturale, ma come agente trasformativo, che apporta materialmente modifiche nel suo ambiente per adattarsi e sopravvivere, trasmettendo l’ambiente così modificato alle generazioni successive. In questo contesto, sollevo il problema di una mancata esplicitazione di come sense-making e costruzione della nicchia si leghino assieme nell’idea più generale di abbinamento strutturale. Tale terreno di ambiguità lascia spazio a un’interpretazione che spinga l’enattivismo da un costruttivismo quasi-idealista ad un costruttivismo in senso più materiale e compatibile con una forma di realismo robusto.
La terza sezione mira a integrare gli aspetti problematici emersi dall’analisi del lavoro di Thompson con il naturalismo pragmatico di John Dewey. Il primo capitolo si concentra su Experience and Nature, e mostra come la metafisica esplicita della natura di Dewey sia un presupposto della teoria deweyana dell’esperienza. L’esperienza viene intesa da Dewey come transazione organismo-ambiente, presupponendo cioè in partenza che essa è tanto esperienza della natura quanto nella natura, intesa come dominio ontologico stratificato secondo ordini di complessità crescente. Nel capitolo mostro che Dewey si serve della stessa strategia di Thompson per dissolvere i dualismi della filosofia moderna, mostrando la continuità tra vita e mente. Qui sostengo che l’enattivismo di ispirazione fenomenologica, per abbracciare un naturalismo metafisico più esplicito, potrebbe integrare la concezione di esperienza di Dewey – che può essere intesa come una versione naturalizzata dell’Erfahrung hegeliana – con quella fenomenologica più incentrata sul vissuto – Erlebnis. Le due concezioni, lungi dall’essere in contrasto, sono tra loro compatibili e contribuiscono ad arricchire la nostra comprensione dell’esperienza, tanto nella sua dimensione vissuta quanto nella sua costitutiva immersione in un mondo naturale e sociale che ci supera e che ci vincola, chiedendoci di trasformarlo. Il secondo e ultimo capitolo si concentra sulla Ricostruzione della filosofia e sulla prima parte della Logica, e mira a mostrare che Dewey concepisca, come i fautori della Developmental System Theory, l’organismo come attore dei processi naturali e dell’evoluzione, modificando attivamente l’ambiente in cui è immerso e per mezzo del quale vive. In questa sede, prendo in esame la concezione deweyana della dialettica tra ideale e reale. Nella sua radicale naturalizzazione dell’intelligenza umana, Dewey mostra che gli ideali non sono nient’altro che strumenti per trasformare la realtà nel contesto di condizioni di squilibrio nel rapporto tra organismo e ambiente. Il dualismo tra reale e ideale è perciò apparente: l’ambiente in cui siamo immersi è già idealizzato, nel senso che è stato trasformato. Una volta trasformato, i cambiamenti sono reali, ma ogni situazione problematica spinge l’organismo ad apportare ulteriori modifiche. Alla luce di queste analisi, concludo valutando le critiche di Crippen a Thompson, dove quest’ultimo viene visto ancora come legato a un soggettivismo che dà troppa enfasi al potere dell’organismo di proiettare significati verso un mondo fisico indipendente e neutrale, non enfatizzando a sufficienza la radicale immersione dell’organismo nell’ambiente e il carattere trasformativo e materiale della dinamica transazionale. Concludo mostrando che, per risolvere questa tensione, è possibile fare leva sull’impegno ontologico di Thompson alla teleologia naturale e sul suo dialogo con la Developmental System Theory, che riconosce l’organismo come costruttore di nicchie. Integrando la prospettiva deweyana che concepisce i fini come strumenti naturali per riequilibrare il rapporto organismo-ambiente, Thompson potrebbe integrare la propria enfasi sull’autonomia biologica con un maggiore riconoscimento del carattere co-creativo e co-trasformativo dell’interazione organismo-ambiente.
Attraverso queste integrazioni, l’enattivismo si presenterebbe come una filosofia della natura che eredita le intuizioni della fenomenologia e del pragmatismo. In particolare, l’apporto di Dewey fornisce un quadro filosofico capace di integrare le nostre intuizioni realiste col nostro bisogno di sentirci attori, e non meri soggetti passivi, di processi biologici, sociali e culturali. Una filosofia della natura così intesa fornirebbe una base per riflettere su noi stessi e sul nostro posto nell’universo, aiutandoci ad affrontare con più consapevolezza le sfide del presente.
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This work is situated within the complex context of the pragmatic turn in cognitive sciences, where proponents of embodied mind theories are becoming increasingly aware that they are developing themes and strategies that clearly align with the tradition of classical pragmatism. The aim of this thesis is to establish a dialogue between the phenomenologically inspired enactivism of Evan Thompson and the pragmatic naturalism of John Dewey, laying the groundwork for a ‘pragmatist-enactive philosophy of nature' that draws on perspectives on experience, nature, and mind from both the phenomenological and pragmatist traditions.
The thesis is composed of seven chapters and is divided into three sections.
In the first section, the foundations of the work are laid through an introduction to the general coordinates of the debate. The first chapter focuses on the reasons that led to a crisis in classical cognitivism, characterized by assumptions of internalism, mechanism, and representationalism. The difficulties inherent in the metaphysics underpinning this paradigm and the problem of naturalizing intentionality have led to the emergence of a heterogeneous embodied paradigm in cognitive sciences, where enactivism is presented as a radical option insofar as it fully rejects the assumptions of classical cognitivism. The second chapter aims to introduce enactivism by highlighting three aspects. First, enactivism—whose central commitment is to a conception of mind as rooted in the skillful interaction of a living organism embedded in its environment—is a heterogeneous movement that encompasses approaches diverging on certain theoretical aspects and research styles. Second, scholars are debating whether enactivism should be understood as a 'research paradigm'—ready to displace cognitivism—or as a 'philosophy of nature,' rethinking the concept of mind within a broader rethinking of the concept of nature, where philosophy and science interact dynamically and transformatively. Third, enactivism fits within what has been called a pragmatic turn in cognitive sciences, where there is an increasingly close dialogue between proponents of the 4E paradigm (embodied, embedded, extended, enactive) and classical pragmatists. My work is situated within this framework, choosing to focus on the phenomenologically inspired enactivism of Evan Thompson—referred to as “original,” “autopoietic,” or “autonomist” enactivism—and on John Dewey’s pragmatic naturalism. The idea is to develop a pragmatist enactive philosophy of nature that successfully integrates enactivism and pragmatism into a solid and coherent philosophical framework, drawing from both the phenomenological and pragmatist traditions.
The second section focuses on the study of The Embodied Mind and Mind in Life to frame the central tenets of autonomist enactivism and identify tensions and difficulties that lend themselves to being integrated with the pragmatist perspective. These difficulties relate in particular to two interrelated problems. First, the issue of realism, that is, the problem of the existence of and access to a mind-independent world. Second, the issue of naturalism, namely the metaphilosophical problem of the relationship between philosophical reflection and scientific knowledge on the one hand, and the ontological problem of the existence of nature as a pre-existing domain that governs the constitution of mind and world on the other. The first chapter shows how the philosophical critique of representationalism, as presented in The Embodied Mind, is transposed in the context of cognitive sciences, where it is questioned whether cognition consists in the internal representation of a pre-given world. The second chapter focuses on Mind in Life, examining Thompson’s reading of Husserlian phenomenology, which provides him with a method underpinning the investigation conducted throughout the text. Thompson conceives his work as an example of naturalized phenomenology, where phenomenological intentionality is rooted, with the aid of empirical theories and mathematical models, in biological processes. This places Thompson’s work in a state of tension, insofar as it maintains a phenomenological-descriptive stance throughout, and nature appears, despite the dialogue with natural sciences, to be conceived as the objective correlate of scientific inquiry, without explicit commitment to a metaphysical naturalism. The third chapter investigates how Thompson combines Merleau-Ponty’s phenomenological philosophy and dynamic systems theory to establish an emergent continuity between life and mind as a strategy to dissolve the explanatory gap between consciousness and nature, showing that biological interiority (the organizational and functional internal dimension of a living system) prefigures phenomenological interiority (lived experience). At this point, the emphasis Thompson places on interiority—where the organism is given a privileged role over the environment in the process of sense-making—has led some scholars to interpret his position as a form of bio-idealism. The third chapter discusses the teleological turn undertaken by Thompson and his approach to evolution. Here, I highlight two points. First, Thompson, who naturalizes Kant’s concept of 'natural purpose’ and engages with Jonas’ philosophy, recognizes teleology as a real and operative phenomenon in living nature, making his most significant ontological commitment in his work, albeit without committing, as Jonas does, to a broader metaphysics of nature. Second, Thompson develops an approach to evolution that integrates the notion of autopoiesis, recognized in its teleological character, and Developmental System Theory, which conceives of the organism as a niche-constructor—an active agent that materially modifies its environment to adapt and survive, transmitting the modified environment to subsequent generations. In this context, I raise the issue of a lack of explicit integration of sense-making and niche construction into the broader idea of structural coupling. This area of ambiguity allows for an interpretation that could push enactivism from a quasi-idealist constructivism toward a more material constructivism compatible with a robust form of realism.
The third section aims to integrate the problematic aspects emerging from the analysis of Thompson’s work with John Dewey’s pragmatic naturalism. The first chapter focuses on Experience and Nature, showing how Dewey’s explicit metaphysics of nature underpins his theory of experience. Dewey conceives of experience as a transaction between organism and environment, presupposing that it is both experience of nature and in nature, understood as an ontological domain stratified into orders of increasing complexity. In this chapter, I argue that Dewey employs the same strategy as Thompson to dissolve the dualisms of modern philosophy, demonstrating the continuity between life and mind. Here, I maintain that phenomenologically inspired enactivism, to embrace a more explicit metaphysical naturalism, could integrate Dewey’s conception of experience—which can be understood as a naturalized version of Hegelian Erfahrung—with the phenomenological conception of lived experience (Erlebnis). These two conceptions, far from being in conflict, are compatible and enrich our understanding of experience in both its lived dimension and its constitutive immersion in a natural and social world that surpasses and constrains us, while calling on us to transform it. The second and final chapter focuses on The Reconstruction of Philosophy and the first part of Logic, aiming to show that Dewey, like the proponents of Developmental System Theory, conceives the organism as an actor in natural and evolutionary processes, actively modifying the environment in which it is immersed and through which it lives. Here, I examine Dewey’s conception of the dialectic between the ideal and the real. In his radical naturalization of human intelligence, Dewey shows that ideals are nothing more than tools for transforming reality in the context of imbalances in the organism-environment relationship. The dualism between the real and the ideal is thus apparent: the environment in which we are immersed is already idealized, in the sense that it has been transformed. Once transformed, these changes are real, but every problematic situation pushes the organism to introduce further modifications. In light of these analyses, I conclude by evaluating Crippen’s critiques of Thompson, where the latter is seen as still tied to a subjectivism that places too much emphasis on the organism’s power to project meanings onto a neutral, mind-independent physical world, without sufficiently emphasizing the organism’s radical immersion in the environment and the transformative, material character of the transactional dynamic. I conclude by showing that, to resolve this tension, it is possible to leverage Thompson’s ontological commitment to natural teleology and his dialogue with Developmental System Theory, which recognizes the organism as a niche constructor. By integrating Dewey’s perspective, which conceives ends as natural tools to rebalance the organism-environment relationship, Thompson could integrate his emphasis on biological autonomy with greater recognition of the co-creative and co-transformative character of organism-environment interaction.
Through these integrations, enactivism would present itself as a philosophy of nature that inherits the insights of phenomenology and pragmatism. In particular, Dewey’s contribution provides a philosophical framework capable of integrating our realist intuitions with our need to see ourselves as actors, and not mere passive subjects, in biological, social, and cultural processes. Such a philosophy of nature would offer a foundation for reflecting on ourselves and our place in the universe, helping us to face the challenges of the present with greater awareness.
Il lavoro si inscrive nel contesto complesso della svolta pragmatica nelle scienze cognitive, dove i fautori delle teorie della mente incarnata divengono sempre più consapevoli di stare sviluppando temi e strategie che si pongono in evidente continuità con la tradizione del pragmatismo classico. L'obiettivo della tesi è quello di instaurare un dialogo tra l'enattivismo di ispirazione fenomenologica di Evan Thompson con il naturalismo pragmatico di John Dewey, gettando le basi per lavorare a una "filosofia della natura" pragmatista enattiva che faccia tesoro delle prospettive su esperienza, natura e mente sia della tradizione fenomenologica che di quella pragmatista.
La tesi è composta da sette capitoli e si divide in tre sezioni.
Nella prima sezione vengono gettate le basi del lavoro attraverso una presentazione delle coordinate generali del dibattito. Il primo capitolo si concentra sulle motivazioni che hanno portato a una crisi del cognitivismo classico, caratterizzato dagli assunti dell'internismo, del meccanicismo e del rappresentazionalismo. Le difficoltà inerenti alla metafisica sottesa a questo paradigma e il problema della naturalizzazione dell'intenzionalità hanno portato all’affermarsi di un eterogeneo paradigma incarnato nelle scienze cognitive, dove l'enattivismo si presenta come opzione radicale nella misura in cui rifiuta integralmente gli assunti del cognitivismo classico. Il secondo capitolo ha lo scopo di presentare l'enattivismo mettendo in luce tre aspetti. Primo, l'enattivismo – il cui impegno centrale è una concezione di mente come radicata nell'interazione abile di un organismo vivente immerso nel suo ambiente - è un movimento eterogeneo, che accoglie in sé approcci che divergono su certi aspetti teorici e stili di ricerca. Secondo, gli studiosi stanno discutendo se l'enattivismo debba essere inteso come un "paradigma di ricerca" – in competizione con il cognitivismo - o una "filosofia della natura", che ripensa il concetto di mente nel quadro di un più ampio ripensamento del concetto di natura, che vede filosofia e scienza interagire in modo dinamico e trasformativo. Terzo, l'enattivismo si inscrive in quella che è stata definita una svolta pragmatica nelle scienze cognitive, dove assistiamo a un dialogo sempre più fitto tra i fautori del paradigma 4E (incarnato, immerso, esteso, enattivo) e i pragmatisti classici. Il mio lavoro si inscrive in questo quadro, scegliendo di focalizzarsi sull’enattivismo di ispirazione fenomenologica di Evan Thompson – detto enattivismo “originario” o “autopoietico” o “autonomista” – e sul naturalismo pragmatico di John Dewey. L’idea è quella di lavorare a una filosofia della natura pragmatista enattiva, che riesca a integrare enattivismo e pragmatismo in un quadro filosofico solido e coerente, che faccia tesoro sia della tradizione fenomenologica che di quella pragmatista.
La seconda sezione si concentra sullo studio di The Embodied Mind e Mind in Life per inquadrare le istanze centrali dell’enattivismo autonomista e individuare tensioni e difficoltà che si prestano a essere integrate con la prospettiva pragmatista. Tali difficoltà si legano in particolare a due problemi intrecciati tra loro. Primo, quello del realismo, cioè il problema dell’esistenza di e dell’accesso a un mondo indipendente dalla mente. Secondo, quello del naturalismo, cioè il problema metafilosofico del rapporto tra riflessione filosofica e conoscenza scientifica da un lato, e quello ontologico dell’esistenza della natura come dominio preesistente che presiede alla costituzione di mente e mondo dall’altro. Il primo capitolo mostra come la critica filosofica al rappresentazionalismo sia calata, in The Embodied Mind, nel contesto delle scienze cognitive, dove viene messo in discussione che la cognizione consista nella rappresentazione interna di un mondo pre-dato. Il secondo si sposta su Mind in Life, dove viene presa in esame la lettura di Thompson della fenomenologia husserliana, che gli fornisce un metodo che innerva l’indagine svolta nel corso del testo. Thompson concepisce il suo lavoro come esempio di una fenomenologia naturalizzata, dove l’intenzionalità fenomenologica viene radicata, con l’ausilio di teorie empiriche e modelli matematici, nei processi biologici. Questo pone il lavoro di Thompson in uno stato di tensione, nella misura in cui mantiene per tutto il testo un atteggiamento fenomenologico-descrittivo, e la natura sembra essere, nonostante il dialogo con le scienze naturali, concepita come il correlato oggettivo dell’indagine scientifica, e non vi è mai un impegno esplicito in un naturalismo metafisico. Il terzo capitolo indaga come Thompson combini la filosofia fenomenologica di Merleau-Ponty e la teoria dei sistemi dinamici per porre vita e mente in continuità emergente come strategia per dissolvere il divario esplicativo tra coscienza e natura, e mostrare che l’interiorità biologica (la dimensione organizzativa e funzionale interna di un sistema vivente) precorre l’interiorità fenomenologica (l’esperienza vissuta). In questa sede si discute come l’enfasi sull’interiorità proposta da Thompson, dove l’organismo ha rispetto all’ambiente un ruolo privilegiato nel processo di conferimento di significato (sense-making), abbia condotto alcuni studiosi a interpretare la sua posizione come una forma di bio-idealismo. Nel terzo capitolo, si discute la svolta teleologica intrapresa da Thompson e il suo approccio all’evoluzione. Qui faccio emergere due punti. Primo, Thompson, che naturalizza il concetto di “fine naturale” di Kant e si pone in dialogo con la filosofia di Jonas, riconoscendo la teleologia come fenomeno reale e operativo nella natura vivente, fa il suo unico e più importante impegno ontologico nel suo lavoro, ma senza impegnarsi, come ha fatto Jonas, in una più ampia metafisica della natura. Secondo, Thompson sviluppa un approccio all’evoluzione che integra la nozione di autopoiesi, riconosciuta nel suo carattere teleologico, e la Developmental System Theory, che concepisce l’organismo come costruttore di nicchie, cioè non come soggetto passivo della selezione naturale, ma come agente trasformativo, che apporta materialmente modifiche nel suo ambiente per adattarsi e sopravvivere, trasmettendo l’ambiente così modificato alle generazioni successive. In questo contesto, sollevo il problema di una mancata esplicitazione di come sense-making e costruzione della nicchia si leghino assieme nell’idea più generale di abbinamento strutturale. Tale terreno di ambiguità lascia spazio a un’interpretazione che spinga l’enattivismo da un costruttivismo quasi-idealista ad un costruttivismo in senso più materiale e compatibile con una forma di realismo robusto.
La terza sezione mira a integrare gli aspetti problematici emersi dall’analisi del lavoro di Thompson con il naturalismo pragmatico di John Dewey. Il primo capitolo si concentra su Experience and Nature, e mostra come la metafisica esplicita della natura di Dewey sia un presupposto della teoria deweyana dell’esperienza. L’esperienza viene intesa da Dewey come transazione organismo-ambiente, presupponendo cioè in partenza che essa è tanto esperienza della natura quanto nella natura, intesa come dominio ontologico stratificato secondo ordini di complessità crescente. Nel capitolo mostro che Dewey si serve della stessa strategia di Thompson per dissolvere i dualismi della filosofia moderna, mostrando la continuità tra vita e mente. Qui sostengo che l’enattivismo di ispirazione fenomenologica, per abbracciare un naturalismo metafisico più esplicito, potrebbe integrare la concezione di esperienza di Dewey – che può essere intesa come una versione naturalizzata dell’Erfahrung hegeliana – con quella fenomenologica più incentrata sul vissuto – Erlebnis. Le due concezioni, lungi dall’essere in contrasto, sono tra loro compatibili e contribuiscono ad arricchire la nostra comprensione dell’esperienza, tanto nella sua dimensione vissuta quanto nella sua costitutiva immersione in un mondo naturale e sociale che ci supera e che ci vincola, chiedendoci di trasformarlo. Il secondo e ultimo capitolo si concentra sulla Ricostruzione della filosofia e sulla prima parte della Logica, e mira a mostrare che Dewey concepisca, come i fautori della Developmental System Theory, l’organismo come attore dei processi naturali e dell’evoluzione, modificando attivamente l’ambiente in cui è immerso e per mezzo del quale vive. In questa sede, prendo in esame la concezione deweyana della dialettica tra ideale e reale. Nella sua radicale naturalizzazione dell’intelligenza umana, Dewey mostra che gli ideali non sono nient’altro che strumenti per trasformare la realtà nel contesto di condizioni di squilibrio nel rapporto tra organismo e ambiente. Il dualismo tra reale e ideale è perciò apparente: l’ambiente in cui siamo immersi è già idealizzato, nel senso che è stato trasformato. Una volta trasformato, i cambiamenti sono reali, ma ogni situazione problematica spinge l’organismo ad apportare ulteriori modifiche. Alla luce di queste analisi, concludo valutando le critiche di Crippen a Thompson, dove quest’ultimo viene visto ancora come legato a un soggettivismo che dà troppa enfasi al potere dell’organismo di proiettare significati verso un mondo fisico indipendente e neutrale, non enfatizzando a sufficienza la radicale immersione dell’organismo nell’ambiente e il carattere trasformativo e materiale della dinamica transazionale. Concludo mostrando che, per risolvere questa tensione, è possibile fare leva sull’impegno ontologico di Thompson alla teleologia naturale e sul suo dialogo con la Developmental System Theory, che riconosce l’organismo come costruttore di nicchie. Integrando la prospettiva deweyana che concepisce i fini come strumenti naturali per riequilibrare il rapporto organismo-ambiente, Thompson potrebbe integrare la propria enfasi sull’autonomia biologica con un maggiore riconoscimento del carattere co-creativo e co-trasformativo dell’interazione organismo-ambiente.
Attraverso queste integrazioni, l’enattivismo si presenterebbe come una filosofia della natura che eredita le intuizioni della fenomenologia e del pragmatismo. In particolare, l’apporto di Dewey fornisce un quadro filosofico capace di integrare le nostre intuizioni realiste col nostro bisogno di sentirci attori, e non meri soggetti passivi, di processi biologici, sociali e culturali. Una filosofia della natura così intesa fornirebbe una base per riflettere su noi stessi e sul nostro posto nell’universo, aiutandoci ad affrontare con più consapevolezza le sfide del presente.
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This work is situated within the complex context of the pragmatic turn in cognitive sciences, where proponents of embodied mind theories are becoming increasingly aware that they are developing themes and strategies that clearly align with the tradition of classical pragmatism. The aim of this thesis is to establish a dialogue between the phenomenologically inspired enactivism of Evan Thompson and the pragmatic naturalism of John Dewey, laying the groundwork for a ‘pragmatist-enactive philosophy of nature' that draws on perspectives on experience, nature, and mind from both the phenomenological and pragmatist traditions.
The thesis is composed of seven chapters and is divided into three sections.
In the first section, the foundations of the work are laid through an introduction to the general coordinates of the debate. The first chapter focuses on the reasons that led to a crisis in classical cognitivism, characterized by assumptions of internalism, mechanism, and representationalism. The difficulties inherent in the metaphysics underpinning this paradigm and the problem of naturalizing intentionality have led to the emergence of a heterogeneous embodied paradigm in cognitive sciences, where enactivism is presented as a radical option insofar as it fully rejects the assumptions of classical cognitivism. The second chapter aims to introduce enactivism by highlighting three aspects. First, enactivism—whose central commitment is to a conception of mind as rooted in the skillful interaction of a living organism embedded in its environment—is a heterogeneous movement that encompasses approaches diverging on certain theoretical aspects and research styles. Second, scholars are debating whether enactivism should be understood as a 'research paradigm'—ready to displace cognitivism—or as a 'philosophy of nature,' rethinking the concept of mind within a broader rethinking of the concept of nature, where philosophy and science interact dynamically and transformatively. Third, enactivism fits within what has been called a pragmatic turn in cognitive sciences, where there is an increasingly close dialogue between proponents of the 4E paradigm (embodied, embedded, extended, enactive) and classical pragmatists. My work is situated within this framework, choosing to focus on the phenomenologically inspired enactivism of Evan Thompson—referred to as “original,” “autopoietic,” or “autonomist” enactivism—and on John Dewey’s pragmatic naturalism. The idea is to develop a pragmatist enactive philosophy of nature that successfully integrates enactivism and pragmatism into a solid and coherent philosophical framework, drawing from both the phenomenological and pragmatist traditions.
The second section focuses on the study of The Embodied Mind and Mind in Life to frame the central tenets of autonomist enactivism and identify tensions and difficulties that lend themselves to being integrated with the pragmatist perspective. These difficulties relate in particular to two interrelated problems. First, the issue of realism, that is, the problem of the existence of and access to a mind-independent world. Second, the issue of naturalism, namely the metaphilosophical problem of the relationship between philosophical reflection and scientific knowledge on the one hand, and the ontological problem of the existence of nature as a pre-existing domain that governs the constitution of mind and world on the other. The first chapter shows how the philosophical critique of representationalism, as presented in The Embodied Mind, is transposed in the context of cognitive sciences, where it is questioned whether cognition consists in the internal representation of a pre-given world. The second chapter focuses on Mind in Life, examining Thompson’s reading of Husserlian phenomenology, which provides him with a method underpinning the investigation conducted throughout the text. Thompson conceives his work as an example of naturalized phenomenology, where phenomenological intentionality is rooted, with the aid of empirical theories and mathematical models, in biological processes. This places Thompson’s work in a state of tension, insofar as it maintains a phenomenological-descriptive stance throughout, and nature appears, despite the dialogue with natural sciences, to be conceived as the objective correlate of scientific inquiry, without explicit commitment to a metaphysical naturalism. The third chapter investigates how Thompson combines Merleau-Ponty’s phenomenological philosophy and dynamic systems theory to establish an emergent continuity between life and mind as a strategy to dissolve the explanatory gap between consciousness and nature, showing that biological interiority (the organizational and functional internal dimension of a living system) prefigures phenomenological interiority (lived experience). At this point, the emphasis Thompson places on interiority—where the organism is given a privileged role over the environment in the process of sense-making—has led some scholars to interpret his position as a form of bio-idealism. The third chapter discusses the teleological turn undertaken by Thompson and his approach to evolution. Here, I highlight two points. First, Thompson, who naturalizes Kant’s concept of 'natural purpose’ and engages with Jonas’ philosophy, recognizes teleology as a real and operative phenomenon in living nature, making his most significant ontological commitment in his work, albeit without committing, as Jonas does, to a broader metaphysics of nature. Second, Thompson develops an approach to evolution that integrates the notion of autopoiesis, recognized in its teleological character, and Developmental System Theory, which conceives of the organism as a niche-constructor—an active agent that materially modifies its environment to adapt and survive, transmitting the modified environment to subsequent generations. In this context, I raise the issue of a lack of explicit integration of sense-making and niche construction into the broader idea of structural coupling. This area of ambiguity allows for an interpretation that could push enactivism from a quasi-idealist constructivism toward a more material constructivism compatible with a robust form of realism.
The third section aims to integrate the problematic aspects emerging from the analysis of Thompson’s work with John Dewey’s pragmatic naturalism. The first chapter focuses on Experience and Nature, showing how Dewey’s explicit metaphysics of nature underpins his theory of experience. Dewey conceives of experience as a transaction between organism and environment, presupposing that it is both experience of nature and in nature, understood as an ontological domain stratified into orders of increasing complexity. In this chapter, I argue that Dewey employs the same strategy as Thompson to dissolve the dualisms of modern philosophy, demonstrating the continuity between life and mind. Here, I maintain that phenomenologically inspired enactivism, to embrace a more explicit metaphysical naturalism, could integrate Dewey’s conception of experience—which can be understood as a naturalized version of Hegelian Erfahrung—with the phenomenological conception of lived experience (Erlebnis). These two conceptions, far from being in conflict, are compatible and enrich our understanding of experience in both its lived dimension and its constitutive immersion in a natural and social world that surpasses and constrains us, while calling on us to transform it. The second and final chapter focuses on The Reconstruction of Philosophy and the first part of Logic, aiming to show that Dewey, like the proponents of Developmental System Theory, conceives the organism as an actor in natural and evolutionary processes, actively modifying the environment in which it is immersed and through which it lives. Here, I examine Dewey’s conception of the dialectic between the ideal and the real. In his radical naturalization of human intelligence, Dewey shows that ideals are nothing more than tools for transforming reality in the context of imbalances in the organism-environment relationship. The dualism between the real and the ideal is thus apparent: the environment in which we are immersed is already idealized, in the sense that it has been transformed. Once transformed, these changes are real, but every problematic situation pushes the organism to introduce further modifications. In light of these analyses, I conclude by evaluating Crippen’s critiques of Thompson, where the latter is seen as still tied to a subjectivism that places too much emphasis on the organism’s power to project meanings onto a neutral, mind-independent physical world, without sufficiently emphasizing the organism’s radical immersion in the environment and the transformative, material character of the transactional dynamic. I conclude by showing that, to resolve this tension, it is possible to leverage Thompson’s ontological commitment to natural teleology and his dialogue with Developmental System Theory, which recognizes the organism as a niche constructor. By integrating Dewey’s perspective, which conceives ends as natural tools to rebalance the organism-environment relationship, Thompson could integrate his emphasis on biological autonomy with greater recognition of the co-creative and co-transformative character of organism-environment interaction.
Through these integrations, enactivism would present itself as a philosophy of nature that inherits the insights of phenomenology and pragmatism. In particular, Dewey’s contribution provides a philosophical framework capable of integrating our realist intuitions with our need to see ourselves as actors, and not mere passive subjects, in biological, social, and cultural processes. Such a philosophy of nature would offer a foundation for reflecting on ourselves and our place in the universe, helping us to face the challenges of the present with greater awareness.
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