Tesi etd-01102026-184710 |
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Tipo di tesi
Tesi di specializzazione (5 anni)
Autore
SAVELLI, FRANCESCA
URN
etd-01102026-184710
Titolo
Umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva: evidenze attuali e prospettive future.
Dipartimento
PATOLOGIA CHIRURGICA, MEDICA, MOLECOLARE E DELL'AREA CRITICA
Corso di studi
ANESTESIA, RIANIMAZIONE, TERAPIA INTENSIVA E DEL DOLORE
Relatori
relatore Prof. Corradi, Francesco
correlatore Dott. Previti, Giovan Battista
correlatore Dott. Previti, Giovan Battista
Parole chiave
- burnout
- delirium
- family-centered
- humanization of care
- open ICU
- pain
- person-centered care
- Personalized care
- pics
Data inizio appello
28/01/2026
Consultabilità
Non consultabile
Data di rilascio
28/01/2066
Riassunto
Il presente elaborato analizza, attraverso una revisione della letteratura, il tema dell’umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva (TI), intesa come applicazione di modelli assistenziali centrati sul paziente e sui familiari.
Negli ultimi anni, il concetto di umanizzazione delle cure ha assunto un ruolo sempre più centrale nel contesto sanitario a livello internazionale, configurandosi come una risposta ai limiti di un modello assistenziale prevalentemente tecnico-procedurale. Secondo il People-Centred Care Framework dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tale modello implica il riconoscimento della persona assistita nella sua globalità, promuovendo la partecipazione attiva ai processi decisionali, il rispetto della dignità individuale, l’accesso a informazioni chiare e comprensibili, l’integrazione della rete familiare nel percorso di cura. Questa nuova impostazione si pone l’obiettivo di superare il modello medico paternalistico tradizionale a favore di una medicina centrata sulla persona e sulla famiglia. L’umanizzazione delle cure diventa non solo un elemento etico, ma anche e soprattutto una componente responsabile della qualità assistenziale, in grado di influenzare outcome clinici, organizzativi e relazionali.
La rilevanza del tema appare particolarmente evidente nel contesto della TI, essendo un ambiente ad alta complessità, in cui il paziente si trova in condizioni di estrema vulnerabilità. La perdita di autonomia, l’incapacità comunicativa, la separazione dai propri affetti e l’esposizione a procedure invasive e dolorose rendono traumatica l’esperienza della terapia intensiva. In tale contesto, la relazione tra sanitari, paziente e famiglia assume un valore centrale. La comunicazione diventa uno strumento di cura relazionale, non solo per trasmettere informazioni cliniche ma per favorire la comprensione della prognosi e costruire un’alleanza terapeutica fondata sulla fiducia e sul rispetto del paziente. Numerose evidenze mostrano come una comunicazione strutturata, empatica e continuativa sia associata a una maggiore soddisfazione dei familiari, ad una riduzione degli esiti psicologici avversi e ad una riduzione dei contenziosi medico-legali.
L’umanizzazione delle cure in TI si intreccia strettamente con i modelli organizzativi adottati. Le politiche di accesso dei familiari, che possono variare da modelli restrittivi ad aperti, influenzano profondamente l’esperienza di pazienti, caregiver e operatori sanitari. La letteratura suggerisce che una maggiore flessibilità delle visite, se accompagnata da protocolli chiari, formazione adeguata ed integrazione nei processi assistenziali, può migliorare la qualità percepita delle cure senza comprometterne la sicurezza. Tuttavia, l’implementazione di tali modelli pone dei dubbi legittimi sulla sua sostenibilità.
Questo tema si intreccia strettamente anche alla gestione clinica del distress del paziente, intesa come gestione del dolore, della sedazione e del delirium. Dolore non adeguatamente controllato e/o eccessiva sedazione rappresentano fattori di rischio per lo sviluppo del delirium, condizione associata a peggiori outcome clinici anche a distanza di tempo. Le strategie moderne, sintetizzate nel bundle ABCDEF, propongono un approccio multimodale che integra interventi farmacologici e non, come la mobilizzazione precoce e il coinvolgimento attivo della famiglia. Tuttavia, l’applicazione sistematica di tali interventi può risultare difficoltosa in contesti caratterizzati da carenza di personale, maggiori carichi di lavoro e assenza di supporto organizzativo.
L’attenzione ai bisogni non clinici e alla personalizzazione della cura costituisce un ulteriore elemento qualificante dell’assistenza centrata sulla persona. Il mantenimento dell’identità individuale, il supporto emotivo e spirituale, così come il rispetto delle differenze culturali e la continuità assistenziale dopo la dimissione rappresentano dimensioni essenziali per ridurre l’impatto psicologico della malattia critica e prevenire le sequele della Post-Intensive Care Syndrome, che può coinvolgere sia i pazienti che i loro familiari.
Infine, l’umanizzazione delle cure non può prescindere dall’attenzione al team di cura. Il lavoro in Terapia Intensiva espone i sanitari a elevati carichi emotivi, decisionali e organizzativi, con un rischio significativo di burnout. La letteratura sottolinea come non sia possibile realizzare una cura realmente umanizzata in un contesto lavorativo non adeguato. Pertanto, il benessere degli operatori deve essere considerato parte integrante della qualità assistenziale ed è un prerequisito per l’implementazione sostenibile dei modelli di cura centrati sulla persona.
In questo elaborato, emerge con chiarezza come l’umanizzazione delle cure in TI non rappresenti un intervento senza costi o un semplice cambiamento culturale. Essa richiede un ripensamento strutturale e organizzativo, un investimento in termini di formazione, risorse e supporto al personale, e una valutazione realistica del contesto in cui si opera.
Negli ultimi anni, il concetto di umanizzazione delle cure ha assunto un ruolo sempre più centrale nel contesto sanitario a livello internazionale, configurandosi come una risposta ai limiti di un modello assistenziale prevalentemente tecnico-procedurale. Secondo il People-Centred Care Framework dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tale modello implica il riconoscimento della persona assistita nella sua globalità, promuovendo la partecipazione attiva ai processi decisionali, il rispetto della dignità individuale, l’accesso a informazioni chiare e comprensibili, l’integrazione della rete familiare nel percorso di cura. Questa nuova impostazione si pone l’obiettivo di superare il modello medico paternalistico tradizionale a favore di una medicina centrata sulla persona e sulla famiglia. L’umanizzazione delle cure diventa non solo un elemento etico, ma anche e soprattutto una componente responsabile della qualità assistenziale, in grado di influenzare outcome clinici, organizzativi e relazionali.
La rilevanza del tema appare particolarmente evidente nel contesto della TI, essendo un ambiente ad alta complessità, in cui il paziente si trova in condizioni di estrema vulnerabilità. La perdita di autonomia, l’incapacità comunicativa, la separazione dai propri affetti e l’esposizione a procedure invasive e dolorose rendono traumatica l’esperienza della terapia intensiva. In tale contesto, la relazione tra sanitari, paziente e famiglia assume un valore centrale. La comunicazione diventa uno strumento di cura relazionale, non solo per trasmettere informazioni cliniche ma per favorire la comprensione della prognosi e costruire un’alleanza terapeutica fondata sulla fiducia e sul rispetto del paziente. Numerose evidenze mostrano come una comunicazione strutturata, empatica e continuativa sia associata a una maggiore soddisfazione dei familiari, ad una riduzione degli esiti psicologici avversi e ad una riduzione dei contenziosi medico-legali.
L’umanizzazione delle cure in TI si intreccia strettamente con i modelli organizzativi adottati. Le politiche di accesso dei familiari, che possono variare da modelli restrittivi ad aperti, influenzano profondamente l’esperienza di pazienti, caregiver e operatori sanitari. La letteratura suggerisce che una maggiore flessibilità delle visite, se accompagnata da protocolli chiari, formazione adeguata ed integrazione nei processi assistenziali, può migliorare la qualità percepita delle cure senza comprometterne la sicurezza. Tuttavia, l’implementazione di tali modelli pone dei dubbi legittimi sulla sua sostenibilità.
Questo tema si intreccia strettamente anche alla gestione clinica del distress del paziente, intesa come gestione del dolore, della sedazione e del delirium. Dolore non adeguatamente controllato e/o eccessiva sedazione rappresentano fattori di rischio per lo sviluppo del delirium, condizione associata a peggiori outcome clinici anche a distanza di tempo. Le strategie moderne, sintetizzate nel bundle ABCDEF, propongono un approccio multimodale che integra interventi farmacologici e non, come la mobilizzazione precoce e il coinvolgimento attivo della famiglia. Tuttavia, l’applicazione sistematica di tali interventi può risultare difficoltosa in contesti caratterizzati da carenza di personale, maggiori carichi di lavoro e assenza di supporto organizzativo.
L’attenzione ai bisogni non clinici e alla personalizzazione della cura costituisce un ulteriore elemento qualificante dell’assistenza centrata sulla persona. Il mantenimento dell’identità individuale, il supporto emotivo e spirituale, così come il rispetto delle differenze culturali e la continuità assistenziale dopo la dimissione rappresentano dimensioni essenziali per ridurre l’impatto psicologico della malattia critica e prevenire le sequele della Post-Intensive Care Syndrome, che può coinvolgere sia i pazienti che i loro familiari.
Infine, l’umanizzazione delle cure non può prescindere dall’attenzione al team di cura. Il lavoro in Terapia Intensiva espone i sanitari a elevati carichi emotivi, decisionali e organizzativi, con un rischio significativo di burnout. La letteratura sottolinea come non sia possibile realizzare una cura realmente umanizzata in un contesto lavorativo non adeguato. Pertanto, il benessere degli operatori deve essere considerato parte integrante della qualità assistenziale ed è un prerequisito per l’implementazione sostenibile dei modelli di cura centrati sulla persona.
In questo elaborato, emerge con chiarezza come l’umanizzazione delle cure in TI non rappresenti un intervento senza costi o un semplice cambiamento culturale. Essa richiede un ripensamento strutturale e organizzativo, un investimento in termini di formazione, risorse e supporto al personale, e una valutazione realistica del contesto in cui si opera.
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