Tesi etd-01042025-183332 |
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Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
DAL MORO, NICOLO'
URN
etd-01042025-183332
Titolo
Immaginare l'unità della nazione: la migrazione di epica e romanzo nelle periferie postcoloniali
Dipartimento
FILOLOGIA, LETTERATURA E LINGUISTICA
Corso di studi
ITALIANISTICA
Relatori
relatore Prof. Grilli, Alessandro
correlatore Prof. Fusillo, Massimo
correlatore Prof. Fusillo, Massimo
Parole chiave
- Epica
- Modernismo
- Nazione
- Postcolonialismo
- Poststrutturalismo
- Psicoanalisi
- Realismo
- Romanzo
Data inizio appello
07/02/2025
Consultabilità
Non consultabile
Data di rilascio
07/02/2065
Riassunto
L’egemonia che l’Occidente ha potuto esercitare a livello globale contava soprattutto sulla diffusione, coatta o ricercata che fosse, di tecnologie e idee che, se in Europa erano fiorite e avevano prosperato come diretta, per quanto contesa, espressione di un contesto sociale e culturale nativo, una volta esportate andavano a innestarsi al contrario nell’ambiente intellettuale e politico delle colonie prima e dei nuovi Stati sorti durante il periodo della decolonizzazione come un qualcosa di straniero, di difficile incastro con quanto si andava elaborando localmente prima della colonizzazione. Il crollo degli imperi coloniali dopo la Seconda guerra mondiale suggellava il trionfo planetario di una di queste idee, ovvero la nazione, che sul piano formale forniva una soluzione facilmente importabile a tutte le comunità che aspiravano ad una legittimazione politica sullo scacchiere della Guerra fredda. Il presente lavoro muoverà da un’analisi delle tensioni che sono scaturite dal fallimento di questa operazione sulla scorta delle riflessioni prodotte nell’ambiente intellettuale della critica postcoloniale, molto più sensibile per ragioni storiche a problemi che, viceversa, agli intellettuali dell’allora Primo mondo potevano sembrare come minimo démodé.
In ambito letterario, la storia non si discosta da quanto detto finora. Come già in Europa il romanzo aveva dato prova della sua natura cannibale, disboscando quella selva di generi che avevano a più riprese dominato la vita letteraria continentale dal Medioevo in poi, ugualmente il suo impatto non è passato inosservato nelle periferie imperiali, livellando il paesaggio dei generi indigeni agli standard intellettuali europei. In poche parole, se vuoi farti sentire, devi scrivere all’europea. E come? In primo luogo, il romanzo postcoloniale aveva tentato di assolvere ad una delle funzioni sociopolitiche primarie nell’Europa di fine ‘700 e ottocentesca, ovvero la costruzione immaginativa della nazione. Con risultati farraginosi, considerando che sia l’oggetto sia lo strumento con cui lo si modellava non erano omologhi culturalmente a chi li maneggiava. Nel primo capitolo, ci soffermeremo a lungo sul binomio nazione/romanzo, considerato naturale fintantoché non aveva dovuto misurarsi su realtà socialmente eterogenee a quelle native. In secondo luogo, tanto ci è familiare la storia dei cambiamenti formali e ideologici che intervengono tra i realismi prerivoluzionari e i modernismi che seguono la Prima guerra mondiale che ci può apparire indebita metodologicamente non soltanto la riappropriazione politica operata dagli scrittori postcoloniali degli stili che avevano raccontato l’Europa per oltre un secolo, ma anche il loro riutilizzo a supporto di indirizzi politici alternativamente progressisti e conservatori, con buona pace di chi pretendeva di irregimentarli in categorie euristicamente rigide e utili. Il secondo capitolo metterà a fuoco la complessità delle opzioni rappresentative a disposizione dello scrittore postcoloniale, passando in rassegna alcune interpretazioni sui realismi e modernismi postcoloniali. Concluderà la tesi una ricognizione del dibattito storico sul rapporto tra epica e romanzo, con un recupero delle teorizzazioni romantiche e marxiste, attraverso le elaborazioni sull’epica moderna, che mettono a fuoco le ostilità strutturali dell’apertura romanzesca e della chiusura epica, approdando infine al porto naturale dei recenti tentativi definitori di una presunta epica postcoloniale. Dopo aver chiarito la natura politica di quest’operazione teorica, ispirata dalla necessità di chi aveva subito il monopolio rappresentativo dell’Occidente di rinegoziare i termini di un’agency antinazionalista, illustrerò l’opportunità di reinquadrare in una cornice psicoanalitica il dibattito sul rapporto tra epica e romanzo, dimostrando la funzione fantasmatica che entrambi hanno alternativamente ricoperto nella cultura occidentale, come Altro dell’altro.
In ambito letterario, la storia non si discosta da quanto detto finora. Come già in Europa il romanzo aveva dato prova della sua natura cannibale, disboscando quella selva di generi che avevano a più riprese dominato la vita letteraria continentale dal Medioevo in poi, ugualmente il suo impatto non è passato inosservato nelle periferie imperiali, livellando il paesaggio dei generi indigeni agli standard intellettuali europei. In poche parole, se vuoi farti sentire, devi scrivere all’europea. E come? In primo luogo, il romanzo postcoloniale aveva tentato di assolvere ad una delle funzioni sociopolitiche primarie nell’Europa di fine ‘700 e ottocentesca, ovvero la costruzione immaginativa della nazione. Con risultati farraginosi, considerando che sia l’oggetto sia lo strumento con cui lo si modellava non erano omologhi culturalmente a chi li maneggiava. Nel primo capitolo, ci soffermeremo a lungo sul binomio nazione/romanzo, considerato naturale fintantoché non aveva dovuto misurarsi su realtà socialmente eterogenee a quelle native. In secondo luogo, tanto ci è familiare la storia dei cambiamenti formali e ideologici che intervengono tra i realismi prerivoluzionari e i modernismi che seguono la Prima guerra mondiale che ci può apparire indebita metodologicamente non soltanto la riappropriazione politica operata dagli scrittori postcoloniali degli stili che avevano raccontato l’Europa per oltre un secolo, ma anche il loro riutilizzo a supporto di indirizzi politici alternativamente progressisti e conservatori, con buona pace di chi pretendeva di irregimentarli in categorie euristicamente rigide e utili. Il secondo capitolo metterà a fuoco la complessità delle opzioni rappresentative a disposizione dello scrittore postcoloniale, passando in rassegna alcune interpretazioni sui realismi e modernismi postcoloniali. Concluderà la tesi una ricognizione del dibattito storico sul rapporto tra epica e romanzo, con un recupero delle teorizzazioni romantiche e marxiste, attraverso le elaborazioni sull’epica moderna, che mettono a fuoco le ostilità strutturali dell’apertura romanzesca e della chiusura epica, approdando infine al porto naturale dei recenti tentativi definitori di una presunta epica postcoloniale. Dopo aver chiarito la natura politica di quest’operazione teorica, ispirata dalla necessità di chi aveva subito il monopolio rappresentativo dell’Occidente di rinegoziare i termini di un’agency antinazionalista, illustrerò l’opportunità di reinquadrare in una cornice psicoanalitica il dibattito sul rapporto tra epica e romanzo, dimostrando la funzione fantasmatica che entrambi hanno alternativamente ricoperto nella cultura occidentale, come Altro dell’altro.
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