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Tesi etd-02232010-193042


Tipo di tesi
Tesi di dottorato di ricerca
Autore
ARESTI, VALERIA
URN
etd-02232010-193042
Titolo
Le declinazioni dell'autobiografia: il significato di Boyhood, Youth e Elizabeth Costello nella produzione di J. M. Coetzee
Settore scientifico disciplinare
L-LIN/10
Corso di studi
LETTERATURE STRANIERE MODERNE (FRANCESE, INGLESE, SPAGNOLO, TEDESCO)
Commissione
tutor Dott.ssa Giovannelli, Laura
Parole chiave
  • Youth
  • Elizabeth Costello
  • Coetzee
  • Boyhood
  • autobiografia
Data inizio appello
19/04/2010;
Disponibilità
parziale
Data di rilascio
2050-04-19
Riassunto analitico
Il presente studio propone un’analisi del singolare esperimento condotto da Coetzee in tre “romanzi” scritti tra la fine del secolo scorso e gli inizi di questo: Boyhood: Scenes from Provincial Life (1997), Youth: Scenes from Provincial Life II (2002) ed Elizabeth Costello (2003).
La scelta di queste opere è motivata dalla cospicua presenza in esse di un comun denominatore costituito dall’ibridazione tra autobiografia e fiction, o ancor meglio dall’attuazione di operazioni che talvolta rendono labile e “fluttuante” il confine ontologico tra realtà e letteratura, o addirittura lo sopprimono clamorosamente, come avviene in Elizabeth Costello.
Esperimenti di ibridazione dei generi e, in particolare di quello autobiografico con il Bildungsroman (o, meglio ancora, con il Künstlerroman), non sono nuovi nella letteratura del Novecento e soprattutto degli ultimi decenni del secolo, a riprova della diffusa consapevolezza esistente fra gli scrittori d’oggi dell’imprescindibilità del dato autobiografico. Introducendolo palesemente nel testo, essi denunciano, per così dire, la falsità della fiction, inseriscono un elemento di autenticità all’interno della “menzogna” letteraria, elemento che svolge una precisa funzione autoreferenziale.
Sulla base di recenti studi teorici che tendono da un lato a rivendicare l’imprescindibilità della matrice autobiografica in ogni opera narrativa e, dall’altro, a problematizzare o relativizzare i confini tra i generi letterari, ho voluto evidenziare, di converso, come le modalità d’invenzione narrativa condizionino la resa del dato autobiografico in tutte le opere dello scrittore sudafricano e come esse siano sottese a tutte tre opere prese in esame (ma soprattutto alle prime due).
A tal fine ho condotto anzitutto uno studio teorico sulla questione dei generi letterari (che mostrano di essere “strumentali ma non sostanziali” e soggetti ad una naturale predisposizione all’ibridazione) per poi dedicarmi allo studio sulle dinamiche cui danno luogo i rapporti tra biografia, autobiografia e romanzo, basandomi su due assunti fondamentali:
1) che la biografia e l’autobiografia (in senso lato) sono, in se stesse, generi più affini al discorso storico-documentario che all’invenzione narrativa;
2) che l’autobiografia è naturalmente esposta a processi di contaminazione con altri generi letterari, in particolare con il romanzo.
L’opera di J. M. Coetzee e in particolare i tre testi presi in esame (nonché l’ultimo, di recente pubblicazione, Summertime) hanno pienamente dimostrato tali assunti, attraverso riscontri testuali avallati da affermazioni rilasciate in varie occasioni dallo stesso scrittore, il quale ritiene che ogni tipo di scrittura sia soggetta alle leggi dell’autobiografismo e che, al tempo stesso, il dato autobiografico subisca, inevitabilmente, un processo di fictionalization.
Nella fattispecie, ciò che emerge dalla lettura di Boyhood (come anche di Youth) è un’evidente influsso del genere autobiografico, evidenziato dalla corrispondenza del nome del protagonista con quello dell’autore, dalla conformità dei fatti narrati alle esperienze vissute realmente da Coetzee e, infine, dal genere di titoli utilizzati (che rimandano a particolari periodi della vita dello scrittore). La presenza del dato autobiografico in questi due testi, tuttavia, non fa di essi opere
autobiografiche nel senso canonico del termine perché Coetzee non solo elude la prima persona narrativa a favore della terza (rapportandosi in tal modo anche con il genere biografico), ma preferisce il tempo presente a quello solitamente usato nelle autobiografie, il passato. L’utilizzo di tali strategie – più affini a quelle del romanzo autobiografico che all’autobiografia – consente da un lato un maggior distanziamento emotivo dell’autore dalle vicende di un personaggio che è l’autore, ma è anche, al tempo stesso, altro da lui, e dall’altro la massima immediatezza possibile nella resa delle esperienze dell’io che viene descritto. Questo meccanismo paradossale non può che produrre un risultato decisamente ossimorico: due “autrebiographies”, testi autobiografici il cui soggetto corrisponde ad una versione diversa, altra, dalla persona che l’ha scritta, determinando, dunque, un ulteriore scarto tra il genere
(auto)biografico e quello romanzesco.
L’arbitrio si fa patente e quasi provocatorio in Elizabeth Costello, dove la protagonista, un’anziana scrittrice australiana, non sembrerebbe avere moltissimo a spartire con l’autore (a parte l’età e la professione), se non fosse che, letteralmente, si “appropria” di alcuni saggi da lui scritti e discussi in diverse occasioni pubbliche e che vengono inseriti nel testo senza alcuna variante sotto forma di “lezioni” da lei tenute.
Questo “furto” comporta da un lato il prevalere dello statuto saggistico su quello narrativo nel testo (e dunque la messa in atto di un nuovo tipo di ibridazione dei generi letterari) e dall’altro un’ulteriore problematizzazione del concetto di autobiografismo, che Coetzee estende dalla storia degli accadimenti della vita dello scrivente alle sue esperienze intellettuali. Un esperimento del genere è certamente inteso a dimostrare l’assunto che “in a larger sense, all writing is autobiography […] including criticism and fiction” (J. M. Coetzee, Doubling the Point: Essays and Interviews, edited by David Attwell, Harvard University Press, Cambridge, Massachussets 1992, p. 17), assunto sul quale si basa il mio studio.

My dissertation is an analysis of the particular experiment carried out by Coetzee in three “novels” written between the end of the last century and the beginning of the 21st: Boyhood: Scenes from Provincial Life (1997), Youth: Scenes from Provincial Life II (2002) and Elizabeth Costello (2003).
The choice of these works as the object of my study has been determined by the presence in all of them of several forms of hybridization between autobiography and fiction whose result is to make the ontological boundary between reality and literature weak and uncertain, or even to suppress it, as in Elizabeth Costello.
Hybridization experiments, such as the contamination between autobiographical writing and the Bildungsroman (or, more often, the Künstlerroman) are not unusual in 20th century literature and have become more frequent in the last few decades, as a result of the contemporary writers’ growing awareness of the impossibility to dispense with one’s own experiences in any kind of fiction (or even any kind of writing). By making the autobiographical data explicit in their texts, they expose, as it were, the falsity of fiction; they introduce an element of truth within the
literary “lie”, thus questioning, in a self-referential perspective, the very nature of any kind of narrative.
On the basis of recent theoretical studies – which tend on the one hand to emphasize the importance of the autobiographical matrix in every kind of fiction and on the other hand to investigate the problems inherent in the relationships between the literary genres – I have first examined the ways autobiographical elements underlie the early novels by Coetzee and progressively emerge through the course of his literary career, till they become thoroughly explicit in Boyhood, Youth and Elizabeth Costello.
In the introductory chapter of the dissertation, first I have carried out a theoretical discussion of the literary genres, pointing to the ways they have been (and are still being) combined and hybridised; then I have investigated more specifically the relationships between biography, autobiography and fiction on the basis of two fundamental assumptions:
1) biography and autobiography are “ontologically” closer to the historicaldocumental discourse than to fiction;
2) autobiography “naturally” inclines to contamination with other literary genres, in particular with the novel.
J. M. Coetzee’s works, and especially the three I have examined, fully demonstrate these assumptions, which have also been confirmed by some important statements of his: he has explicitly claimed that every kind of writing is ultimately, in a direct or indirect way, autobiographical and that, conversely, the autobiographical “materials” inevitably undergo a process of fictionalization when they become a text.
What differentiates Boyhood and Youth from Coetzee’s former novels is the fact that the autobiographical element here is made explicit both by the correspondence of the protagonist’s name with the author’s and by the fact that there is very little manipulation of the events of his life in these texts; even their titles – which are typical of the autobiographic tradition – point to the author’s intention to present two distinct periods of his own life. However, the presence of
autobiographical data in them does not make them autobiographies in the canonical sense, because Coetzee not only avoids narration in the first person (thus suggesting his “otherness” with respect to the protagonist), but also uses the present tense as if he were implying that what he narrates is not part of his own past; the two books, in other terms, are not autobiographies, but “autrebiographies”.
In Elizabeth Costello this situation is made even more paradoxical and provocative, because the protagonist, an elderly Australian writer who does not seem to have much in common (except age and profession) with the author, “steals” some critical writings and essays actually published or delivered by Coetzee himself on public occasions and introduces them as “lessons” taught by herself.
The result of this “theft” is both the prevailing of the essay form on the fictional form in this text (where a new experiment in hybridization is carried out) and an extension of the concept of autobiography to the presentation of intellectual experiences, an extension consistent with Coetzee’s idea that, “in a larger sense, all writing is autobiography […] including criticism and fiction” (J. M. Coetzee, Doubling the Point: Essays and Interviews, edited by David Attwell, Harvard University Press, Cambridge, Massachussets 1992, p. 17), the idea on which I have
based this study.
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