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Tesi etd-11202015-101122


Thesis type
Tesi di dottorato di ricerca
Author
MORELLI, MANUELA
URN
etd-11202015-101122
Title
LAVORO AL FEMMINILE: RAPPRESENTAZIONI, ESPERIENZE E PRATICHE DI WORK-LIFE BALANCE Un’indagine comparata in alcune organizzazioni internazionali
Settore scientifico disciplinare
SPS/04
Corso di studi
SCIENZE POLITICHE E SOCIALI
Commissione
tutor Prof.ssa Biancheri, Rita
Parole chiave
  • organizzazioni internazionali
  • work-life balance
  • lavoro femminile
Data inizio appello
03/12/2015;
Consultabilità
completa
Riassunto analitico
Il lavoro, nelle sue diverse forme, articolazioni e valenze simboliche, ha contrassegnato la storia dell’umanità. Attraverso la sua evoluzione esso è divenuto, soprattutto in tempi recenti, uno dei fattori essenziali e costitutivi dell’identità vissuto come strumento di trasformazione dell’ambiente fisico e sociale circostante e ancora, come diritto e dovere allo stesso tempo (Sciolla, 2007). La divisione di genere del lavoro appare un prodotto storico, seppure variabile a seconda dei contesti culturali e delle differenti appartenenze geografiche. Nelle società pre-industriali, mentre il potere risultava rigidamente patriarcale, la diversa attribuzione dei ruoli di uomini e donne in merito all’attività lavorativa appariva piuttosto fluida: la produzione era organizzata su base familiare, casa e luogo di lavoro spesso coincidevano e tutti coloro che facevano parte dell’aggregato domestico erano congiuntamente impegnati in attività produttive necessarie al sostentamento della famiglia (Mingione, 1997a; 1997b). L’oneroso sforzo quotidiano provato dalle donne nell’assemblare responsabilità familiari e professionali, strettamente legato alla natura conflittuale propria del “sistema famiglia-lavoro” e caratterizzato da una netta separazione tra sfera produttiva e riproduttiva, da’ origine al concetto di “doppia presenza” (Balbo, 1978). I tentativi governativi di mitigare gli effetti della “doppia presenza” femminile, determinano le variazioni socio-politiche e culturali sul cosiddetto welfare regime di un Pease. Il welfare state o “stato del benessere” è il termine con cui indichiamo un sistema politico, economico e sociale in cui lo Stato assume come propria prerogativa e responsabilità la promozione della sicurezza e del benessere sociale ed economico dei cittadini. Più precisamente “welfare states vary widely in the ways in which they support parents in their efforts to balance employment and caregiving responsabilities; they also vary in the extent to which they encourage gender-egalitarian divisions of labor in employment and at home” (Gornick, Meyer, 2004, pag. 63). La comparsa della tematica della conciliazione nell’arena pubblico-politica risale agli anni ‘60-70, quando, con una forte connotazione di genere, tale concetto veniva ad indicare il non semplice tentativo delle donne con un lavoro salariato di far fronte agli impegni familiari, di cui erano completamente responsabili, senza essere esposte professionalmente a discriminazioni – ossia il non semplice tentativo di trovare un giusto equilibrio fra i diversi ruoli di madre, moglie e lavoratrice – (Cafalà, 2003). Nella nostra società le biografie femminili si sono molto diversificate e individualizzate affermando nuove soggettività (Biancheri 2010a), ma il perdurare di stereotipi ostacolano il raggiungimento dell’equità tra i generi per cui il lungo viaggio verso la parità sta diventando un labirinto dove la “rivoluzione silenziosa”, iniziata con l’apertura all’istruzione e il successo scolastico, si è trasformata in una “rivoluzione incompiuta” per la mancata democratizzazione della sfera lavorativa e il perdurare delle discriminazioni nell’accesso ai luoghi decisionali . Nella nostra ricerca sono centrali le biografie femminili che sono caratterizzate dalla partecipazione alla sfera produttiva e le pratiche individuali e organizzative di equilibrio tra vita professionale e vita familiare, con un’attenzione particolare ai fattori condizionanti la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Proprio su questa molteplicità di fattori si concentrerà la nostra attenzione, con l’intento di decostruire quelle pratiche discorsive e quegli stereotipi di genere, ancora oggi vigenti e diffusi nei vari ambiti della vita collettiva e sociale, tra i quali indubbiamente rientrano gli stessi contesti organizzativi del lavoro. Si tratta di pratiche discorsive che, veicolate e cristallizzate nelle politiche pubbliche e istituzionali e nelle prassi quotidiane, incidono sulla costruzione sociale della realtà, dando vita ad un processo di reciproco condizionamento che concorre alla riproduzione della scissione dell’immagine femminile fra le due sfere, operata attraverso la definizione dei ruoli. Il questionario, strumento di rilevazione precodificato, è stato somministrato all’interno delle quattro diverse realtà organizzative considerate, con l’intento di raggiungere un consistente numero di soggetti. La distribuzione dei questionari per l’autocompilazione è stata effettuata in collaborazione con le organizzazioni in oggetto. Il questionario è costituito da 40 quesiti (si veda l’allegato 1 in appendice metodologica) (compresi quelli relativi ai dati socio-anagrafici), di cui solo 4 sono stati appositamente lasciati aperti, in modo da consentire al soggetto di esprimersi liberamente senza alcun vincolo. Si tratta più precisamente di interrogativi concernenti l’indicazione del principale ostacolo incontrato nella conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, dei cambiamenti che il soggetto apporterebbe alla propria condizione di vita attuale, la precisazione delle modalità con cui ha trovato risoluzione l’eventuale incompatibilità fra l’orario di lavoro e quello dei servizi e delle modalità in cui viene trascorso il proprio tempo libero. Il questionario è stato somministrato in quattro diverse organizzazioni internazionali del territorio europeo (che verranno descritte in maniera più approfondita nelle pagine a seguire), identificabili sinteticamente in: una multinazionale di servizi per le imprese; un’organizzazione operante nel settore della proprietà intellettuale; un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite; ua multinazionale afferente al settore alimentare: Complessivamente il campione è costituito da 149 soggetti che entrano in un disegno strategico di ricerca secondo altri percorsi (esemplificativo, informativo, indeterminato)” (Cipolla, 1988, pag. 193). <br> - il 6,7% (corrispondenti a 10 soggetti) appartiene all’organizzazione di servizi per le imprese; <br> - il 17,4% (26 soggetti) fa parte dell’azienda operante nel settore della proprieta’ intellettuale; <br> - il 32,2% (48 soggetti) opera presso l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite; <br> - il 43,6% (65 soggetti) lavora nell’organizzazione efferente al settore alimentare. <br> L’elaborazione dei dati è stata realizzata con diversi strumenti in coerenza con le tecniche di raccolta dei dati utilizzate. Per quanto concerne il questionario, i dati sono stati caricati mediante il noto pacchetto informatico SPSS (Statistical Package for Social Sciences). Successivamente a questa fase di codifica e caricamento si è dunque proceduto alla realizzazione di analisi statistiche di tipo descrittivo, quali la distribuzione di frequenza relativa alle opinioni espresse dal campione, nonché la definizione di alcuni possibili incroci.<br>Se, recuperando le parole di Bombelli (2004, pag. 92), “ogni tanto arrivano managers di rottura, che capiscono che il “si è sempre fatto così” sia la tomba dell’innovazione e provano a guardare all’organizzazione con occhi nuovi, scoprendo se e quanto i modi di operare siano aggiornati e le nostre realtà organizzative da questo punto di vista possano essere iscritte nell’elenco delle aziende che attuano buone prassi, quello che ci preme ora effettuare è una lettura delle informazioni raccolte in un’ottica di “cittadinanza di genere” (Gherardi, 1998). Per farlo intendiamo richiamare alcuni concetti chiave, primo fra tutti il concetto di tempo. Anche nelle nostre realtà, dove pure troviamo una disponibilità (più o meno accentuata) verso le esigenze dei lavoratori, come dimostrano le misure e politiche di work-life balance avviate, permane una generica cultura del presenzialismo motivata dal doversi rapportare in modo continuativo ad ambienti esterni (trattandosi di organizzazioni che offrono servizi, seppure in forme e modalità differenti). “Il tempo è ancora il ‘contenitore’ su cui misurano le prestazioni” (Bombelli, 2004, pag. 116), rimarcando la sua non neutralità rispetto al genere.<br>La finalità generale che ha sostenuto il presente progetto di ricerca era quella di fornire un contributo in merito al rapporto, complesso e multiforme, fra la popolazione femminile ed il mercato del lavoro, con una particolare attenzione al problema della quotidiana ricerca del giusto equilibrio fra vita professionale e vita privata. Una esigenza che in una fase di rapidi e profondi cambiamenti, quale è quella attuale, assume una natura sempre più ossessiva e pressante, coinvolgendo principalmente le donne, da sempre considerate principali depositarie delle responsabilità familiari.<br>Al centro della nostra analisi si è pertanto posto il tema della conciliazione e a partire da questo si è cercato di comprendere l’odierna soggettività femminile, con particolare riguardo ai valori e alle percezioni costruite in merito a quello che Saraceno ha emblematicamente definito come “arduo incontro fra donne e mercato”. Un arduo incontro, appunto, tardivo nella sua concreta attuazione e da sempre contraddistinto da coni d’ombra, gettati ora dal pregiudizio della presunta inferiorità femminile rispetto al genere maschile per motivazioni intrinsecamente biologiche, ora dall’idea di una sua debolezza e marginalità economica derivante dal paradigma della differenza, che trova elemento costitutivo nella funzione materna (Bernardi, 1999). Un incontro, tuttavia, non sempre perfettamente riuscito, laddove anche nella società odierna non mancano esperienze, più o meno marcate, di segregazione o discriminazione di genere.<br><br>
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