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Tesi etd-10282019-182534


Thesis type
Tesi di specializzazione (4 anni)
Author
CANNELLA, GIACOMO
URN
etd-10282019-182534
Title
Torture e diritto d'asilo: studio casistico e ruolo dell'accertamento medico-legale
Struttura
PATOLOGIA CHIRURGICA, MEDICA, MOLECOLARE E DELL'AREA CRITICA
Corso di studi
MEDICINA LEGALE
Supervisors
relatore Prof.ssa Pinchi, Vilma
correlatore Prof.ssa Gualco, Barbara
Parole chiave
  • accertamento medico-legale
  • diritto d'asilo
  • torture
Data inizio appello
19/11/2019;
Consultabilità
Secretata d'ufficio
Riassunto analitico
Il termine tortura deriva dal verbo latino “torquēre”, ovvero torcere, originariamente adoperato per indicare la torcitura dei filati o, in ambito medico, le manovre utilizzate per curare slogature. Il termine veniva inoltre impiegato in riferimento alle pene corporali inflitte per mezzo della torsione violenta degli arti, a fini punitivi o allo scopo di ottenere informazioni, acquisendo pertanto una connotazione ben precisa, ovvero quella di azione violenta volta a provocare sofferenze fisiche e/o morali, allo scopo punire un soggetto o indurlo a compiere azioni diversamente non ottenibili. La tortura ha avuto ruoli e significati diversi nella storia dell'umanità. Praticata già in epoche antiche, grazie ai Romani la tortura si diffuse come vero e proprio strumento giuridico, utilizzata sia durante gli interrogatori nella fase istruttoria dei processi (“quaestio”), che come mezzo di esecuzione della pena (“tormenta o cruciatus”) [Fiorelli P, 1953]. Ad essa si è fatto ricorso in epoca medievale come mezzo di persecuzione religiosa con l’istituzione della Santa Inquisizione nei confronti degli eretici prima e delle streghe poi [Kramer H.I e coll, 2007]. L’utilizzo della tortura giudiziaria fu aspramente criticato durante l’Illuminismo e l’idea che possa anche essere inflitta senza alcuno scopo, quale espressione di mera brutalità, rientra nell’accezione generica che il termine ha assunto a partire dal XIX secolo, via via che esso andava perdendo la propria connotazione di atto legale; tuttavia si dovrà ancora attendere più di un secolo e la fine della seconda guerra mondiale per vedere affermata e riconosciuta nel diritto internazionale l’inconciliabilità della tortura con i diritti umani, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948 [Nazioni Unite, Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani, 10 dicembre 1948].
Una definizione ampia e completa del termine tortura è quella fornita all’art. 1 della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi il del 10 dicembre 1984 a New York, dove viene descritta come:
“…qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei o di intimidire o esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore e alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate”. [Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti,1984].
Le vittime di tortura non sono facilmente individuabili, se non in particolari condizioni relazionali, nell’ambito delle procedure di richiesta di asilo politico o altre forme di protezione internazionale, ed il processo di riconoscimento di questi soggetti risulta di fondamentale importanza per la corretta applicazione delle misure di protezione previste dalla legge.
Al giorno d’oggi la maggior parte delle vittime di tortura pervengono all’attenzione delle istituzioni internazionali tramite i flussi migratori da zone di guerra, confondendosi nella moltitudine di immigrati richiedenti protezione internazionale e umanitaria. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nel 2018 il numero di migranti forzati nel mondo è arrivato ad un totale di 70,8 milioni, di cui ti ben 25,9 milioni sono rifugiati 3,5 milioni richiedenti asilo [UNHCR]. Si stima, ancora, che oltre il 75% degli immigrati irregolari abbiano subito torture, costituendo un numero di vittime di circa 7 milioni di persone in tutto il mondo.
Le vittime di tortura costituiscono un gruppo eterogeneo, sia per le differenti esperienze traumatiche vissute, che per le problematiche di salute e aspettative di assistenza. Inoltre lo stress dovuto alle violenze subite concorre a determinare tutta una serie di reazioni e patologie neuro-psico-fisiche che possono anche slatentizzarsi a distanza di mesi o anni dall’evento traumatico e che assumono notevole rilevanza per l’ottenimento di una forma di Protezione Internazionale, Il Protocollo di Istanbul (Manuale per un’efficace indagine e documentazioni di tortura o altro trattamento o pena crudele, disumano e degradante) adottato dalle Nazioni Unite nel 1999, rappresenta una vera e propria Linea Guida in merito alle indagini legali e sanitarie da espletare ai fini dell’accertamento di torture e del riconoscimento di protezione internazionale, in cui ampio spazio viene dedicato alle indicazioni utili ai fini della stesura di un parere medico legale. In questo studio sono stati analizzati gli accertamenti medico-legali effettuati dalla SOS Medicina Legale della USL Centro di Firenze tra il 2014 ed il 2018 su richiedenti asilo, con l’obiettivo analizzare l’efficacia dell’accertamento medico-legale, sulla base delle raccomandazioni dettate dal Protocollo di Istanbul, al fine di individuare potenzialità e limiti del ruolo del Medico-Legale negli accertamenti di Torture.
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