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Tesi etd-04112019-201039


Thesis type
Tesi di laurea magistrale LM5
Author
BARONTI, LUCILLA
URN
etd-04112019-201039
Title
Don Pino Puglisi e l’opera di educazione alla legalità nei contesti mafiosi.
Struttura
GIURISPRUDENZA
Corso di studi
GIURISPRUDENZA
Commissione
relatore Prof.ssa Lapi, Chiara
Parole chiave
  • Don Pino Puglisi
  • Mafia
  • Chiesa
  • educazione
  • legalità
  • codici
  • rituali
Data inizio appello
30/04/2019;
Consultabilità
completa
Riassunto analitico
L’argomento principale di questo elaborato è dimostrare quanto la Chiesa, quel tipo di Chiesa sana e costruttiva di cui porto l’esempio attraverso Don Pino Puglisi, possa, in determinati contesti sottoposti al controllo mafioso, essere non solo casa che accoglie ma, e soprattutto, famiglia che educa alla legalità e alla giustizia. Per far questo, sono partita da un confronto, o meglio una analisi di cosa si intenda per “obbedienza” del fedele cristiano, del laico; nello specifico, quanto il fedele, non sottomesso ad un sistema, ma intensamente legato ad un amore più grande, decida di far parte di una religione, si riconosca come soggetto facente parte di un gruppo. Non vi è costrizione, non vi sono legami indissolubili, non vi è sofferenza; ma solo un pieno riconoscimento dell’essere “figli” amati dal Padre. Mi sono poi dedicata allo studio delle regole, dei testi e dei codici della Chiesa Cattolica, a partire dal diritto sancito nella Bibbia, nell’Antico e principalmente nel Nuovo Testamento, riportando la buona novella che si diffonde con la nascita di Gesù e le norme sancite dal Codice di diritto Canonico, fonte cardine del diritto Canonico.
Il secondo capitolo tratta l’analisi dell’affiliato al clan mafioso. Non mi sono fermata ad analizzare solo una tipologia di criminalità organizzata, ma le caratteristiche che accomunano le varie “fazioni” di mafia presenti e riconosciute nel nostro paese. Ho studiato come l’associato entri a far parte del sistema, come avvengono i passaggi e per lo più i rituali; lo stato di sottomissione, di appartenenza forzata, di pressione psicologica. Mi sono poi occupata delle regole non scritte e di quelle scritte, dei codici del rispetto, dei rituali.
Nel terzo capitolo, dopo aver descritto quanto questi due sistemi siano accomunati da molti elementi, basti pensare all ‘ndrangheta fondata sugli stessi simboli e rituali della Chiesa: l’affiliazione si ha tramite il battesimo, la protezione proviene da San Michele Arcangelo, la benedizione si richiede alla Madonna di Polsi, situata in un santuario alle pendici dell’Aspromonte, che «ogni anno, nei primi giorni di settembre è teatro di nuove affiliazioni e riunioni tra i capi delle principali famiglie» (Francesco Forgione, La ‘ndrangheta spiegata ai turisti, Di Girolamo Editore, Trapani, 2015, p. 13.), è stato necessario porre un limite. Sì, sono entrambi, due ordinamenti giuridici, secondo la tesi di Santi Romano che li riconosce tali per le caratteristiche che li contraddistinguono, ma sono uno agli antipodi dell’altro. Diviene necessario un chiarimento e una distinzione. Perché si differenziano questi istituti? La risposta sta alla base:
La Chiesa pone il fedele in una condizione particolare, egli è sottoposto al rispetto di un unico e grande comandamento: quello dell’amore. La mafia pone l’affiliato in una particolare posizione, lo obbliga al rispetto del comandamento dell’odio.
L’ultimo capitolo, riporta la testimonianza attiva e ancora forte di Don Pino Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia, mentre si apprestava a far rinascere una comunità o meglio un paese (Brancaccio) in un contesto mafioso. La sua opera educativa, basata sugli insegnamenti di giustizia e legalità, e tenuta insieme da un amore potente nei confronti di Dio, riuscì in poco tempo ad alleviare quei mali che il controllo criminale aveva scavato nel quartiere e nell’anima dei giovani del posto. Si prese cura di quei bambini e ragazzi “figli del vento” e della strada, sporchi fuori e anche già dentro. Sfruttati e usati dagli adulti del paese. La sua opera, degna di una beatificazione, non fu un’attività anti-mafia, ma una ricerca di civiltà e di dignità per coloro che da tempo la avevano spazzata via. Creò, poi, un luogo di accoglienza, un posto dove poter condividere, studiare, pregare, vivere. Dette l’opportunità di un’istruzione a chi la desiderava e il sogno di un futuro a chi sembrava già averlo perso. Coltivò un “seme” di legalità nel cuore di quei ragazzi che sembravano averlo fatto “appassire”. Fu un respiro di speranza per un intero paese. L’obiettivo di questo elaborato è stato, quindi, parlare della sana Chiesa, quella fatta di uomini da altare e da strada, quella fatta di missioni da portare avanti per un bene più grande; una Chiesa che guida, accoglie, accompagna senza giudicare. Una Chiesa presente dove il marcio conquista, dove il male dilaga. Una Chiesa che non lascia indietro i più deboli, che non giustifica il male per paura. Una Chiesa di esempio. Una Chiesa di cui il fedele possa andar fiero ed esserne testimone. E’ nelle parole di Don Gallo un prete dalle vedute molto moderne, che possiamo parlare di una Chiesa vicina ai bisogni dell’uomo:
“ Ma tu di che razza sei?”. Egli lo guardò sorridendo e rispose: “umana!”. Io sono un prete, sono un cattolico ma prima di tutto, come ogni mio fratello e sorella, appartengo alla razza umana. E da uomo, sono responsabile, siamo tutti responsabili del nostro paese, della nostra casa. Stiamo parlando della sistemazione dell’illecito, della devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica del nostro paese. Non possiamo non essere interessati. Le mie bussole sono due: come un essere dotato di una coscienza civile: la Costituzione. Poi, come cristiano la mia bussola è il Vangelo”. Io credo, che il cattolico, il cristiano, ma in generale, i credenti devono testimoniare la loro fede nella vita sociale e politica ispirandosi alla parola povera di Gesù e che la Chiesa debba abbandonare le logiche ecclesiastiche della ricerca di privilegi. Solo così inizieremo veramente ad applicare i principi del Concilio Vaticano II” ( Don Gallo).
Ed anche in quelle di Don Giacomo Panizza:
“ Ho potuto condurre azioni sociali e imbastire percorsi educativi anche con giovani che non credevano di imparare, cambiare e crescere. Si devono collaudare buoni espedienti per tenersi alla larga da pensieri di rassegnazione, ho re-immaginato scelte liberanti e messo in atto strategie per non farsi imbrigliare in rapporti clientelari e mafiosi.” C’è un nesso inscindibile tra legalità e educazione, è impossibile pensare in un paese maturo di potenziare la legalità e al contempo indebolire l’educazione. In Italia la legalità non ha assunto compiutamente il peso che le spetta. Ci si trova in una situazione facilmente rappresentata nella frase di Corrado Alvaro “che affermava che la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Nella recente storia del Mezzogiorno incontriamo coraggiose iniziative dedite ad educare alla legalità. Sono costrette a fare i conti con la forza antagonista del contesto mafioso e di una mentalità sottomessa".
Credo, infine, che si possa essere “buoni cristiani e di conseguenza onesti cittadini”(Don Bosco).
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