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Tesi etd-04072016-165953


Thesis type
Tesi di laurea magistrale
Author
RIZZOTTI, ANDREA
URN
etd-04072016-165953
Title
Drammi senza regista. Gesta apud Zenophilum e Acta purgationis Felicis episcopi Autumnitani: edizione con introduzione, traduzione e commento.
Struttura
FILOLOGIA, LETTERATURA E LINGUISTICA
Corso di studi
FILOLOGIA E STORIA DELL'ANTICHITA'
Supervisors
relatore Prof. Ferri, Rolando
correlatore Prof. Russo, Alessandro
Parole chiave
  • strategie linguistiche
  • pragmatica
  • latino colloquiale
  • Felice di Aptungi
  • Silvano di Cartagine
  • verbalizzazione di processi
  • realismo
Data inizio appello
23/05/2016;
Consultabilità
Completa
Riassunto analitico
La tesi magistrale che presento consiste in un'edizione critica con traduzione e commento di due verbali giudiziari, noti come Gesta apud Zenophilum e Acta purgationis Felicis episcopi Autumnitani, risalenti agli inzi del sec. IV d.C e riguardanti la controversia tra Chiesa cattolica e donatista in Nordafrica. Lo scisma donatista era stato infatti avviato da vescovi rigoristi che, negli anni della persecuzione dioclezianea (303-305), si erano opposti alla consegna delle Sacre Scritture (traditio) e avevano poi accusato i vescovi cattolici di tale reato. Nuovi processi vengono allestiti con l'avvento di Costantino per dimostrare l'innocenza dei cattolici e ribaltare l'accusa di traditio sui donatisti stessi. Felice vescovo di Aptungi, che aveva partecipato all'ordinazione di Ceciliano a vescovo di Cartagine, era stato accusato di traditio dai donatisti, i quali, attraverso la sua condanna, speravano di dimostrare l'invalidità della nomina di Ceciliano. Negli Acta purgationis Felicis (redatti nel 315, ma pervenuti mutili della parte iniziale) l'assoluzione di Felice e quindi l'indiretta riabilitazione di Ceciliano avvengono attraverso la dimostrazione della falsità di una lettera di Alfio Ceciliano, ex-duumviro di Cirta, esibita come prova della colpevolezza di Felice, ma in realtà falsificata da un decurione di nome Ingenzio assoldato dai donatisti. I Gesta apud Zenophilum sono invece il resoconto del processo (tenutosi nel 320, ma riguardante fatti del 305) contro Silvano, vescovo donatista di Cirta coinvolto nella consacrazione di Maggiorino in sostituzione del cattolico Ceciliano: attraverso gli interrogatori di vari teste Silvano verrà dimostrato colpevole di traditio, nonchè di furto e simonia.
Circa mezzo secolo dopo gli eventi (appena dopo la morte di Giuliano), il vescovo di Milevi Ottato scrisse un trattato polemico contro i donatisti, al quale allegò, per convalidare la propria ricostruzione delle origini dello scisma, una decina di documenti della cancelleria imperiale, tra i quali appunto i Gesta apud Zenophilum e gli Acta purgationis Felicis, la cui tradizione testuale si riduce per noi a un unico codice dell'opera di Ottato (Par. lat. 1711, sec. VIII/IX) e ad alcune citazioni nella Contra Cresconium di Agostino. Lo scopo di Ottato era dunque quello di riportare i temi in discussione alla loro genesi storica, in un periodo in cui la Chiesa donatista aveva conosciuto una forte ripresa sotto Parmeniano di Cartagine, avvantaggiandosi delle concessioni di Giuliano, che aveva permesso il rientro dei donatisti in Africa e la restituzione dei beni perduti. Di qui l'ingresso in un'opera letteraria di documenti appartenenti a un genere diverso, quello appunto delle registrazioni di atti ufficiali e più specificamente, per quanto riguarda i due documenti oggetto del nostro interesse, di verbali giudiziari.
Trattandosi di testi particolari per genere, contenuto, modalità di produzione e trasmissione, si è resa necessaria un'indagine preliminare che ha dato corpo al saggio introduttivo. I primi due capitoli dell'introduzione sono dunque dedicati all'illustrazione del contesto storico, dello stato della tradizione e delle caratteristiche peculiari dei due testi, che appartengono a un genere specifico (gli acta publica) rispondente a determinate norme linguistiche. La consapevolezza di questi aspetti storico-testuali risulta infatti indispensabile alla piena comprensione e alla costituzione stessa del testo.
Seguono poi nei capitoli successivi alcuni passi appositamente scelti per esemplificare le caratteristiche salienti della lingua e dello stile degli acta, sia per quanto riguarda il modo di esprimersi dei personaggi coinvolti sia per quanto riguarda i mezzi di cui i segretari si sono serviti nel processo di trascrizione. Benchè nei due verbali siano riportate dichiarazioni di testimoni di ceto medio-basso (scavatori, artigiani, diaconi e sottodiaconi), non è sul latino volgare che si raccolgono i dati più rilevanti; anzi, da questo punto di vista le forme irregolari o non classiche presenti nelle parole dei dialoganti sono relativamente rare e sono pur sempre passate attraverso il filtro di un notaio verosimilmente in possesso di un buon grado di consapevolezza linguistica, che può aver corretto i più banali errori morfologici e fonetici: si tratta più che altro di forme colloquiali non necessariamente confinate a livelli sociali inferiori, ma utilizzabili nella conversazione quotidiana anche da persone dotate di un'educazione quantomeno elementare (funzionari, avvocati, vescovi). Laddove siano sopravvissuti errori o imprecisioni grammaticali, questi non si discostano dagli esiti già noti del latino tardo poi confluiti nelle lingue romanze. Più interessanti sono invece le informazioni ricavabili dalla pragmatica linguistica. Infatti, i personaggi coinvolti nei processi, indipendentemente dal loro livello culturale e sociale, risultano essere influenzati nel loro modo di esprimersi molto più dalla situazione dialogica che dalle esigenze della correttezza linguistica e dello stile: allo scopo di persuadere il giudice della sincerità delle proprie risposte (nel caso dei testimoni) o dell'innocenza del proprio assistito (nel caso dell'avvocato), essi non si servono tanto dei precetti della retorica, quanto piuttosto di mezzi linguistici che rientrano nel bagaglio di competenze di qualsiasi parlante latino (anteposizioni enfatiche, precisazioni ridondanti, formulazioni evasive, espressioni ossequiose). Allo stesso modo, ma sul fronte opposto, anche il giudice è costretto ad adottare diverse strategie linguistiche per indurre i testimoni alla confessione (ripetizione incalzante delle domande, intimidazione, raggiri). Questi aspetti della lingua non possono essere catalogati semplicisticamente come forme del latino volgare o colloquiale, ma appaiono determinati dal contesto esterno e dipendono dunque dall'uso pragmatico della lingua. Pertanto, per analizzare e comprendere brani di questo genere, si dovrà fare ricorso non solo alla linguistica storica, ma spesso anche alla pragmatica e a teorie di linguista giudiziaria.
Chiarite tali questioni preliminari, fornisco poi l'edizione critica dei due testi con traduzione a fronte e relativo commento. Il commento a questi passi si rivela utile a illuminare non solo, come già detto, aspetti del latino volgare e della lingua della conversazione, ma anche elementi tipici di alcune lingue settoriali (come il latino giuridico e cancelleresco e in parte, per quanto concerne alcune lettere episcopali citate all'interno dei Gesta, il lessico cristiano). Non mancano tuttavia motivi di interesse sotto il profilo letterario e per gli studi di letteratura. Infatti, sganciati dal loro contesto, i nostri verbali possono apparire al lettore moderno come una sorta di copione teatrale, in cui le battute dei vari personaggi si alternano con un'apparenza di forte realismo. Lo scopo di chi li ha redatti non era certo quello di produrre un'opera letteraria per un pubblico di lettori, ma quello ben più pratico di svolgere la propria professione all'interno delle strutture giudiziarie dell'Impero romano. Tuttavia, se da una parte i mezzi linguistici utilizzati per tradurre in forma scritta un'interazione dialogica nel modo più fedele possibile possono prestarsi al confronto con quelli impiegati in opere propriamente letterarie, intenzionalmente progettate con una finalità realistica, dall'altra parte il processo stesso di trasferimento da un canale all'altro costituisce un'operazione in sé letteraria, richiedente determinate abilità linguistiche. Questi verbali giudiziari potranno allora essere considerati, guardando all'effetto più che allo scopo, anche come una forma di mimesi letteraria, un tentativo di rispecchiare la realtà oggettiva e di risolvere il problema del realismo.

English version below.
This thesis consists of a commented edition of two verbatim reports of proceedings of the Donatists vs Catholics lawsuit in the Constantinian age, known as Gesta apud Zenophilum and Acta purgationis Felicis episcopi Autumnitani. The Donatist schism was started by intransigent bishops, who refused to hand over the Holy Scripture to the imperial officials during Diocletian's persecutions (303-305). Under the reign of Constantine new proceedings were started, aimed at vindicating the Catholics from the charge of traditio and overturning this charge against the accusers. The Acta purgationis Felicis (drawn up in 315) contains the acquittal of Felix of Aptungi, suspected of traditio, one of the three Catholic bishops who had consecrated Caecilian bishop of Carthage. Thus, if Felix had been condemned, Caecilian's consecration would have been invalidated too, which was the Donatists' goal. However, a letter written by the ex-duumvir Alfius Caecilianus – the most important evidence against Felix – proved to have been counterfeited by Ingentius, a decurio hired by the Donatists. The other document (Gesta apud Zenophilum) is the report of the trial held in 320 against Silvanus, the Donatist bishop of Cirta who had participated in Caecilian's deposition at Carthage and in Majorinus' ordination in place of him. After questioning several witnesses, the judge convicted Silvanus not only of traditio, but also of theft and simony.
Half a century later (soon after emperor Julian's death) Optatus bishop of Milevi wrote a polemical treatise against the Donatists. At the end of the last book he attached an appendix of ten official documents to support his case that the Donatists were really responsible for the schism and that they too had been traditores. He inserted in the dossier these two reports, which in fact have come down to us through one of the codices (Par. Lat. 1711, sec. VIII/IX) of Optatus' work. Extracts from the reports are quoted also in Augustine's Contra Cresconium.
Due to the peculiarity of these texts in respect to genre, content, drafting and transmission, an introductive essay dealing with problems of this sort was therefore necessary. The first two chapters describe the historical background, the tradition of the text and the distinctive features of the acta, a specific genre responding to specific norms in composition and language. All these aspects are essential for an accurate constitution of the text and a full understanding of its meaning. The following chapters focuse on the language and the stile of the acta, providing a series of passages which exemplify the characters' ways of speaking and the linguistic techniques used by the stenographers to transcribe witnesses' statements and magistrates' questions. It must be said that these accounts, in spite of reporting statements of low-status people, do not add new information about the so called vulgar latin: solecisms are quite rare and they more often represent colloquial expressions used at different cultural levels than real grammatical mistakes. More interesting are the data acquired by means of pragmatic analysis of speech. As a matter of fact, people involved in the trial, independently of their status, seem to be more influenced by the real situation in which the dialog takes place than by the concern for linguistic accuracy and rhetorical precepts. For example, the witnesses have to persuade the judge that they are trustworthy, whereas the lawyers have to demonstrate their client's innocence. To do this, they both use linguistic means that belong to any native Latin speaker's linguistic background (focalisation/topicalisation through anteposition, repetitions, evasiveness, obsequious expressions). On the other side the judge uses various strategies to lead the witnesses to confess, such as repetition of the same questions, intimidation, misleading flattery and so on. Those aspects of language cannot be merely considered as vulgar or colloquial forms, but they ought to be connected with the way in which the speakers use the language to achieve their goal.
Moreover, the comment following the critical edition will be useful at the same time for studies in spoken Latin and for reasearch about language used in specific fields (mainly legal Latin, bureaucratic Latin, Christian Latin). However, there is also cause for a literary interest. It is particularly interesting to understand how the authors of the reports acted in transforming the spoken content – characterised by the typical features of oral discourse aiming at effective interaction such as intonation, rhythm and variations in speed, loudness/quietness, pausing, etc. – into the written mode, trying to keep the former unaltered. This is the reason why these documents, out of their historical context, can resemble a theatrical script, in which different characters deliver their lines. Though not for a literary purpose, this kind of texts share with other literary works a similar pretence at realism.
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