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Tesi etd-03122015-122308


Thesis type
Tesi di laurea magistrale LM5
Author
MAGNANINI, MARTA
URN
etd-03122015-122308
Title
L'illecito penale ambientale: tra vuoti di tutela, supplenza giudiziaria e prospettive di riforma
Struttura
GIURISPRUDENZA
Corso di studi
GIURISPRUDENZA
Commissione
relatore Prof. Gargani, Alberto
Parole chiave
  • disastro ambientale
  • inquinamento
  • ambiente
  • reati ambientali
  • Unione Europea
  • enti collettivi
Data inizio appello
13/04/2015;
Consultabilità
completa
Riassunto analitico
Questa tesi di laurea ha ad oggetto il sistema di tutela penale dell’ecosistema nell’ordinamento italiano. La tematica dell’ambiente costituisce un nodo di importanza fondamentale nel diritto della post – modernità, plasmato dalle istanze di sicurezza e protezione provenienti dalla c.d. società del rischio: in questo contesto, il bene ambiente assume rango primario, come vera e propria precondizione di contesto per l’affermazione di tutti gli altri beni e valori legati alla persona umana, ponendosi come interesse che reclama una tutela forte ed efficace. Un interesse che, se da un lato, e in primo luogo a livello internazionale, è ormai riconosciuto come imprescindibile e meritevole di protezione giuridica, tuttavia, dall’altro, produce notevoli tensioni sul piano del diritto penale classico, i cui principi di garanzia, in sede applicativa, risultano sovente oggetto di deformazioni e flessibilizzazioni.<br>La materia de qua si pone al centro di complesse questioni dogmatiche e politico – criminali, e, per questo motivo, la prima parte dell’indagine, dedicata alla struttura e alle caratteristiche generali dei reati ambientali, intende mettere in luce i profili maggiormente qualificanti e al contempo problematici della materia. Il diritto penale tradizionale, infatti, viene scosso nei suoi cardini fondamentali: a partire dal concetto di bene giuridico, ridotto ad un interesse diffuso ed evanescente come l’ambiente; per arrivare al principio di stretta legalità, che deve fare i conti con l’integrazione del precetto penale ad opera, da un lato, di fonti sub – legislative, e, dall’altro, delle fonti comunitarie; passando per il principio di offensività, decisamente indebolito da incriminazioni di natura formale, che paiono tutelare mere funzioni amministrative e in cui spesso si riscontra uno scollamento tra fatto tipico ed offesa al bene giuridico.<br>Nella seconda parte dell’indagine ci si propone di ricostruire l’evoluzione della normativa ambientale, con lo scopo di chiarire le modalità e le tempistiche con cui, nel nostro ordinamento, si è progressivamente consolidato il tradizionale modello di tutela penale dell’ecosistema, fatto di fattispecie formali e appiattite sulla violazione della normativa extra – penale. La prima caratteristica che emerge dall’analisi è la frammentarietà e la disorganicità della disciplina, formata da una congerie di testi normativi separati e dedicati alle diverse componenti della biosfera, fino all’avvento del d.lgs. 152/2006, il c.d. Testo Unico Ambientale, con cui il legislatore ha cercato di mettere ordine nella ormai inestricabile selva di precetti. Tale intervento legislativo rappresenta il tentativo di ricondurre ad unità il frastagliato sistema normativo che disciplina la materia ambientale, inquadrandola per la prima volta all’interno di una cornice di principi generali, alcuni dei quali, come vedremo, hanno un potenziale rilievo penalistico e rischiano di creare pericolose “interferenze” con i principi cardine del diritto penale. <br>L’altra caratteristica è data dal rilevante impatto della legislazione di matrice comunitaria: gli organi legislativi europei, con varie direttive, hanno perseguito un disegno di armonizzazione dei diversi ordinamenti statali nella materia ambientale, con lo scopo di plasmare un sistema di repressione delle condotte inquinanti davvero efficiente e dalla valenza transnazionale. Come spesso accade, il nostro legislatore non si è mostrato pronto ad accogliere gli input provenienti dall’Unione Europea. Il volto attuale dell’illecito penale ambientale, per come risulta dalla normativa vigente, passata in rassegna nel terzo capitolo, pare decisamente insufficiente rispetto alle esigenze di tutela del bene giuridico: si continua a registrare una netta predominanza dello schema del pericolo astratto e, per converso, non esistono incriminazioni incentrate sull’evento (di danno o di pericolo concreto), in grado di tutelare l’ambiente nella sua effettiva consistenza naturalistica, né fattispecie ad hoc che sanzionino le condotte di inquinamento dalle quali derivino effetti pregiudizievoli sui beni personali, come la vita e l’integrità fisica.<br>Si registra, dunque, una consistente lacuna normativa che, a fronte del vuoto di tutela così determinatosi, ha spinto la giurisprudenza a ricercare degli strumenti alternativi di repressione. Nel quarto capitolo si analizzano, per l’appunto, quelle tendenze giurisprudenziali che tentano di rimediare all’inefficienza del sistema, tramite la rivisitazione “creativa” di alcune fattispecie codicistiche, rimodulate in chiave di delitti contro l’ambiente. Il percorso di evoluzione interpretativa che ha dato luogo alla figura giurisprudenziale del “disastro ambientale” pare emblematico, soprattutto nei suoi sviluppi più recenti, relativi alla tematica dell’esposizione a sostanze tossiche, di quest’operazione di supplenza giudiziaria: in mancanza di una fattispecie incriminatrice destinata a reprimere le condotte progressive di macro – aggressione all’ecosistema da cui derivi un pericolo per la vita o la salute degli esseri umani, la giurisprudenza ricorre alla categoria dei delitti contro l’incolumità pubblica, e, segnatamente, alla figura del disastro innominato, disciplinata all’art. 434 c.p., trasformandola nel recettore delle nuove istanze di tutela e creando, di fatto, una nuova incriminazione. Ciò al prezzo di notevoli cedimenti sul piano della tipicità, al limite dell’analogia in malam partem.<br>Emerge con particolare nitidezza, dunque, l’urgenza di una revisione complessiva dell’impianto di tutela penale dell’ambiente. Un primo passo è già stato compiuto dal legislatore, sulla scia delle norme comunitarie, e si è concretizzato nell’inclusione, all’interno del sistema di responsabilità da reato degli enti collettivi, di alcuni reati ecologici. Tale scelta si rivela particolarmente significativa dal momento che, come dimostrano le indagini empirico – criminologiche, la criminalità ambientale rientra a pieno titolo nelle devianze economiche e le aggressioni più pericolose e frequenti all’ambiente sono proprio quelle realizzate nell’ambito dell’attività d’impresa. Come si spiega nel quinto capitolo, l’estensione della responsabilità corporativa pone alcuni interrogativi di non poco conto: alcuni già noti, come il problema della compatibilità tra criterio di imputazione oggettiva e reati colposi; altri inediti, come quello relativo all’implementazione dei modelli di organizzazione e gestione.<br>Molti restano i passi ancora da compiere nella direzione di un sistema di tutela penale dell’ambiente efficace, in cui la sanzione penale sia davvero in grado di esplicare le sue funzioni di prevenzione generale e speciale e non sia relegata in un ruolo meramente simbolico. <br>Nel sesto ed ultimo capitolo, anche tramite spunti provenienti da un’analisi comparatistica dei sistemi di tutela presenti in altri ordinamenti europei, si suggeriscono alcune soluzioni de iure condendo, le quali ci paiono idonee a colmare alcune deficienze del sistema, a evitare discutibili manipolazioni giurisprudenziali e a implementare l’apparato di tutela dell’ambiente, passando dal simbolismo all’effettività.<br>
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