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Tesi etd-01172018-135752


Thesis type
Tesi di laurea magistrale LM5
Author
CONSIGLIO, ALESSIA
URN
etd-01172018-135752
Title
Il lavoro nella digital economy: la subordinazione nel rapporto di lavoro con Uber
Struttura
GIURISPRUDENZA
Corso di studi
GIURISPRUDENZA
Commissione
relatore Prof. Mazzotta, Oronzo
Parole chiave
  • labour on demand
  • labour law
  • gig economy
  • diritto del lavoro
  • digital economy
  • sharing economy
Data inizio appello
05/02/2018;
Consultabilità
parziale
Data di rilascio
05/02/2021
Riassunto analitico
Le nuove sfide della quarta rivoluzione industriale:<br>La digitalizzazione del mondo del lavoro, una rivoluzione?<br><br><br>Nella modernità liquida in cui si plasmano e generano gli attuali processi produttivi, le trasformazioni tecnologiche sono state foriere dell’apertura di nuovi spazi virtuali di intermediazione digitale. Da più parti definita come una rivoluzione, la sfida contemporanea della “quarta rivoluzione industriale” , caratterizzata dal notevole uso dell’informatica, dell’intelligenza artificiale, della robotica e dalla gestione di enormi quantità di dati, c.d. big data, ha sottoposto le relazioni lavorative e le tutele ad esse preposte alle tensioni di un necessario ripensamento normativo. <br>Rifkin a riguardo propone una acuta osservazione parlando dell’eclissi del capitalismo e della parallela ascesa del primo nuovo paradigma economico dall’avvento del capitalismo nel XIX secolo, un “commons” collaborativo, una economia della condivisione fondata “sull’internet delle cose” e sempre meno fondata sui lavoratori. Rispetto a questa ricostruzione il dato incontrovertibile verte sulla instabilità apportata dalla tecnologia all’economia globale e all’organizzazione delle imprese e sull’edulcorazione dei sistemi giuridici ormai consolidatisi su un modello che aveva come riferimento l’impresa fordista, caratterizzata da una struttura aziendale gerarchica, una ‹‹concezione dei tempi e dei luoghi di lavoro come elementi misurabili e coessenziali alla prestazione, con una idea della dimensione collettiva del rapporto come fisiologicamente, se non ontologicamente, connessa a quella individuale›› .<br>Questa riorganizzazione delle forze produttive e del lavoro si è andata affermando con schemi giuridici poliformi, dipanando zone grigie difficilmente sondabili e disciplinabili che hanno reso spesso retorica la risposta a queste domande: il dissoluto impiego del web ha sostenuto i processi produttivi e le relazioni lavorative o il “policentrismo della rete” ha disarticolato il mondo del lavoro? Che ruolo hanno avuto le piattaforme d’intermediazione digitale in questo processo?<br>Il XX secolo è stato, infatti, partecipe di una profonda metamorfosi dei processi produttivi basata, ‹‹oltre che sulla novità degli strumenti di produzione, anche sulla evoluzione dei modi di organizzare l’impresa che, da tecnostruttura integrata che assicurava la concentrazione del processo di produzione, è divenuta una rete di unità autonome o semi-autonome tra loro legate da forme elastiche di coordinamento›› .<br>Il panorama del web, caratterizzato dalla autarchia, dalla incentivante accessibilità e dalla costante reperibilità di informazioni personali, ha intessuto un legame congiunto, ma non sempre progressivo, fra crescita digitale ed opportunità occupazionali. <br>Il web, concepito dal legislatore nazionale come una ‹‹piazza virtuale - una piattaforma tecnologica veloce, efficiente e poco costosa - governata dai soggetti istituzionali e aperta alla partecipazione dei privati, in grado di mettere in contatto (tutti) i datori di lavoro e i lavoratori›› , ha ben presto mutato questa funzione di ausilio infrastrutturale, sviluppando autonomamente le sue potenzialità di intermediazione nel mercato del lavoro, agendo come un potente ‹‹acceleratore nella ricognizione dei fabbisogni›› . Nelle previsioni normative la rete avrebbe dovuto fungere da neutro supporto tecnologico ai soggetti giuridicamente istituzionali nell’incontro fra domanda e offerta di lavoro, ma nei recenti sviluppi sarebbe miope non prendere atto dell’evoluzione indipendente e autosufficiente assunta dal web nella veste di intermediario professionale, tramite l’utilizzo delle proprie risorse tecnologiche e digitali: le piattaforme digitali. La minuziosa diffusione delle nuove tecnologie in ambito giuslavoristico si è servita principalmente dell’abbattimento dei costi di transazione fra chi domanda e chi concede lavoro e il volano tramite il quale questo effetto si è potuto produrre è rappresentato sicuramente dalle labour platforms, le protagoniste assolute ed artefici dei destini di molti lavoratori della cd. “Digital Economy”. Pensate come spazio digitale facilmente accessibile dal web per canalizzare efficacemente le informazioni del mercato del lavoro raccolte nell’etere, le labour platforms hanno assunto il ruolo di intermediario fra domanda e offerta di lavoro su scala mondiale e non solamente più nazionale o regionale: ciascun prestatore può, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, esser contattato da una domanda interessata all’offerta di lavoro ed essere per questo “assunto” in ragione di una negoziazione che può trovare fonte nel diritto privato o, ed è questo uno dei dati più innovativi, in una tariffa prestabilita dal gestore della piattaforma. <br>Sono diverse le platforms, difatti, che propongono o, come sarebbe meglio rilevare, impongono, al lavoratore previsioni complete e inderogabili sulle modalità di svolgimento della prestazione, a fronte di una mera accettazione priva di negoziazione, dilatando così una asimmetria informativa e contrattuale che rende ancor più precaria la digitalizzazione del lavoro tramite il sistema on demand. Frequentemente ‹‹la formulazione unilaterale delle clausole che regolano il rapporto non lascia spazio alla possibilità di negoziare trattamenti migliorativi o anche solo differenti da quelli previsti e redatti dalla società›› .<br>Le asimmetrie informative del settore risultano spesso talmente inique da rendere, per il committente, estremamente agevole l’accesso al web per il reperimento di informazioni di qualunque genere ed entità relative al prestatore, quanto è specularmente difficile, per il prestatore, ottenere informazioni di qualunque genere ed entità relative al committente. Tuttavia, le informazioni raccolte dal committente, tutt’altro che neutre, decantano in una sorta di “reputazione” interna al sistema da cui far dipendere il discrezionale ingaggio e i potenziali compensi del lavoratore.<br>D’altro canto non è possibile cogliere uno speculare sistema informativo, conoscitivo e concorrenziale di rating per permettere ai prestatori di selezionare il miglior committente nel segmento di mercato preso in considerazione.<br>Quasi sconosciuti per l’ordinamento giuridico e ammantati dell’esaltazione mediatica, spesso questi committenti si rivelano neo imperi digitali che vantano profitti notevoli, a fronte di una pubblicizzazione del servizio offerto, come di un “lavoretto”, un passatempo. <br>Negli ultimi decenni, dunque, si è riscontrato l’assurgere delle piattaforme digitali a vere e proprie fonti di creazione di nuovi rapporti di lavoro, dissimulando il ruolo di intermediarie nel mercato di lavoro e assurgendo al ruolo di datrici di lavoro occulte accrescendo l’esternalizzazione produttiva in virtù di un’area digitalizzata extraterritoriale. Ma quale disciplina regolatoria ha normato queste forme “ibride”, prodotte dalla forza destrutturante della digitalizzazione del rapporto di lavoro? <br>La piattaforma digitale è ad oggi pensata per consentire l’incontro diretto tra prestatore e fruitore del servizio rovesciando, pertanto, la ormai obsoleta prospettiva del legislatore nazionale, con l’effetto reale di un totale sfaldarsi della triangolazione tradizionale (datore di lavoro, lavoratore e agenzie) a fronte di una incentivante riduzione del costo del lavoro. <br>Occorre domandarsi per chi sia prodotto questo beneficio: se l’impresa che opera in un dato segmento del mercato usufruisce dell’abbattimento dei costi del lavoro, rintraccia forza lavoro flessibile e detiene l’innegabile vantaggio di reperire prestazioni intermittenti, senza gli oneri dell’intestazione di un rapporto di lavoro subordinato, chi subisce il vero costo di questa rivoluzione digitale? <br>Suonano, allora, come monito le parole di P. Ichino il quale scrive che ‹‹si può dunque ipotizzare che in un futuro non molto lontano l&#39;erosione dell&#39;area del lavoro qualificabile come subordinato secondo i criteri tradizionali, e pertanto protette da un sistema di coperture lato e stricto sensu assicurative, incominci a costituire un problema sociale di importanza non secondaria, imponendo un aggiustamento del sistema di protezione e in particolare della definizione del suo campo di applicazione›› .<br>La promozione di queste nuove forme di organizzazione del lavoro di matrice digitale ha sciolto la prestazione di lavoro dal vincolo dell’orario, dal vincolo della etero-direzione, dal coordinamento spazio-temporale, esaltando le politiche di flex security, ma il bilancio prodottosi non sembra così positivo come prospettato dall’autore poc’anzi citato. La sperequazione del rischio a discapito del soggetto lavoratore, la perdita di sicurezza e protezione, la precarietà della posizione raggiunta potrebbe avere una ‹‹prospettiva di una riconquista da parte loro di una libertà di distribuzione del tempo tra l’attività retribuita e ogni altra attività o non-attività di cui è fatta la loro vita personale, familiare e sociale›› , oppure potrebbe essere l’innesto di un impianto di servificazione merceologica del lavoratore, suffragato dall’assenza di regolazione normativa o quantomeno tipizzante. ‹‹Minimo comun denominatore è l’iper-frammentazione di quella che, in altri tempi, si sarebbe definita una mansione; il lavoro è frazionato in fasi, cicli, progetti, programmi assegnati ad individui diversi e ‘fuso’ solo in una fase successiva, spesso anche grazie a sistemi di assemblaggio che si avvalgono di algoritmi›› .<br>Appare evidente che la traiettoria scelta dalla labour platform digitale proietterà un modello di prestatore divincolato dall’impresa, un modello di prestatore, quindi, corrispondente ictu oculi a quello del lavoratore autonomo. <br>Se anche potesse esser definita come una rivoluzione del mondo del lavoro, una rivoluzione post-fordista, le problematicità nascenti dalla digitalizzazione del mondo del lavoro si porrebbero in una zona grigia difficilmente disciplinabile, con il rischio di apparire come uno stato di natura governato da una bellum omnium contra omnes .<br>L’interesse del legislatore nazionale rispetto a questo nuovo modello produttivo, dovrebbe porsi come obiettivo primario la protezione non tanto dell’assoggettamento proprio della subordinazione come interpretabile dall’art 2094 c.c. , ma della parcellizzazione della prestazione commissionata da una pluralità di operatori, in un mercato completamente liberalizzato. ‹‹La loro debolezza, là dove di questo si tratta, non è la conseguenza di una distorsione del mercato, di una sua disfunzione, bensì la conseguenza diretta di un difetto di produttività del loro lavoro›› . <br>La peculiarità di questo nuovo lavoro on demand, a chiamata, consiste nella scarsa adattabilità delle protezioni inderogabili di rilievo costituzionale, come la limitazione dell’estensione temporale ad libitum della prestazione, il diritto al riposo, il diritto alle prestazioni sociali, all’interno del rapporto di lavoro; queste, più che deformazioni del mercato del lavoro, ne appaiono come le nuove fondamentali prerogative. Il mercato in cui opera l’offerta di lavoro è un mercato in cui si sperimenta un confronto permanente con la concorrenza. Coloro che offrono gli stessi servizi, tendenzialmente esclusi dalle forme giuridiche tradizionali di tutela collettiva, si rivelano ‹‹particelle fungibili in un mare magnum di lavoro digitale›› di inesauribile reperimento di manodopera ; la tendente richiesta di mansioni sempre meno qualificate e professionali espone la working class alla percezione della sua sostituibilità , con il rischio di innescare una pericolosa race to the bottom: l’affievolirsi delle tutele giuridiche, l’affermarsi del principio di indifferenza , un livellamento all’estremo ribasso del costo di queste unità.<br>L’esaltazione mediatica e politica dell’essere “imprenditori di se stessi” offrendo il proprio lavoro direttamente al fruitore della prestazione, mediati solo dalla piattaforma digitale, ha reso la tecnologia protagonista dei rapporti produttivi nel mercato del lavoro, ma finto archetipo di progresso: l’obbligazione a cui prestatore di lavoro adempie è esattamente la medesima a cui avrebbe adempiuto senza la tecnologia; ma lo stesso lavoro che fino a qualche decennio fa avrebbe potuto svolgere per un unico datore di lavoro, adesso lo svolge per una pluralità indistinta di operatori che non possono o non riescono a garantire le tutele di origine costituzionale, stratificatesi in un complesso spettro legislativo e valorizzate dalla presenza del sindacato. <br>La digital economy ha necessitato, come bilanciamento della liberazione del lavoratore ‹‹dalla necessità di inserirsi in un’organizzazione imprenditoriale capace di organizzare e valorizzare la sua attività›› , un assoggettamento serrato alla competitività, al libero mercato e al principio della sostituibilità ovvero, rappresentato in altri termini, alla sua qualificazione come lavoratore subordinato e quindi come lavoratore protetto dall’ordinamento in quanto soggetto giuridico debole. Ma ‹‹la configurabilità dei lavoratori come soggetti deboli (scil., del rapporto di lavoro) viene in rilievo, essenzialmente, con riferimento all’affermazione costituzionale del diritto al lavoro, oltre che nella disciplina dei rapporti sussistenti tra il lavoratore ed il datore di lavoro, anche in relazione all’attività sindacale. Altro ambito assai significativo è quello concernente le tutele approntate a beneficio del lavoratore da parte dei pubblici poteri, i quali sono chiamati ad una serie di interventi tali da dar corpo ai principi che informano il c.d. Welfare State›› . ‹‹La situazione giuridica del lavoratore è disegnata all’interno della legge n. 300 del 1970, c.d. Statuto dei lavoratori, che la Corte ha riconosciuto avere una forte valenza espansiva›› . Forza espansiva probabilmente insufficiente ad avocare a sé le nuove sperimentazioni lavorative della digital economy che rimarrebbero rovinosamente escluse dalla solida protezione giuridica accordata loro, a suo tempo, dalla pronuncia della Corte costituzionale .<br>Occorre dunque domandarsi come coniugare questa impostazione, di fonte costituzionale, con le nuove fattispecie di diritto del lavoro nell’era della quarta rivoluzione industriale. L’intervento protettivo che si richiede come necessario, dovrebbe possedere qualità atte a non ingenerare a loro volta distorsioni dei modelli e delle tutele già in vigore.<br>Se è pur vero che, come si è sottolineato, ‹‹il corpus regolatorio è investito nella sua interessa da uno sciame sismico che non ha ancora raggiunto la fase di assestamento›› , serve ricordare che la destrutturazione in atto è stata già descritta efficacemente dalle parole di Beck: ‹‹ciò a cui assistiamo è l’irruzione della precarietà, della discontinuità, della flessibilità, dell’informalità all’interno dei bastioni occidentali della società della piena occupazione. Il patchwork socio-strutturale, in altre parole la varietà, la confusione e l’insicurezza delle forme lavorative, biografiche ed esistenziali del Sud, si espande nel cuore dell’Occidente›› .<br>Con il ‹‹passaggio dall’economia fordista, fondata sul lavoro, a quella post-fordista fondata sul rischio›› , si corre il rischio di normalizzare la povertà e il rapporto di lavoro viene parcellizzato nei tempi e nelle esperienze contrattuali; al crescente sviluppo tecnologico si sta correlando, quindi, un abbassamento del tasso di occupazione. Per la prima volta nella storia, afferma D. De Masi, lo sviluppo della scienza e dell&#39;organizzazione ha accresciuto il benessere di gran parte dell&#39;umanità, ma ha determinato anche una riduzione del lavoro disponibile .<br>Questa interpretazione del progresso tecnologico come sviluppo senza occupazione, non risulta affatto solipsistica, così da meritarsi la connotazione di “male del secolo” . Nei paesi industriali la crescita sarebbe ormai strutturalmente bassa, laddove l’elettronica distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei. Il dato in questione troverebbe conferme nei recenti studi autorevoli del “Global employment, risk of jobless recovery” dell’ILO, l’organizzazione del lavoro dell’ONU, nel rapporto dell’Unione Europea sui “i rischi della povertà lavorativa” e in un ampio studio dell’Economist ‹‹le innovazioni tecnologiche non favoriscono più l’occupazione›› .<br>Sebbene non tutte le ricostruzioni raggiungano queste deduzioni dalle medesime premesse, la tecnologia e la digitalizzazione del mondo del lavoro hanno assunto negli ultimi anni il ruolo facta probantur, a cui continuano a non congiungersi iura deducuntur; basti pensare che ‹‹il vice presidente della Commissione UE, nonché Commissario al digitale, A. Asip, aprendo i lavori del Digital Day 2017 in coincidenza con le celebrazioni, a Roma, del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, ha enfaticamente dichiarato che il digitale è oggi per l’Europa ciò che il carbone e l’acciaio erano agli inizi degli anni ’50›› .<br>Ma nello scenario giuslavoristico, l’avvento del carbone e dell’acciaio fu trasposto nel paradigma contrattuale in vigore dalla rivoluzione fordista: la subordinazione. L’attività lavorativa si iscriveva in un rapporto giuridico bilaterale fra il prestatore di lavoro e il soggetto che si avvantaggia di tale prestazione per la soddisfazione dei propri interessi . Questo rapporto di lavoro, lungi dall’esser stato superato, si basa sulla corresponsione di un salario minimo garantito per un adempimento contrattuale che trascende la prestazione in sé in nome di una subalternità completa al datore di lavoro. <br>Se il digitale è oggi per l’Europa ciò che il carbone e l’acciaio erano agli inizi degli anni ’50, il lavoro e le sue tutele giuridiche stanno subendo una innovativa vis plasmante che è in procinto di irrompere nelle sedimentazioni normative. Lo sviluppo tecnologico, la concorrenza internazionale e la globalizzazione dei mercati stanno implementando non soltanto la flessibilità, ma anche l’assorbimento dei cambiamenti da parte dei lavoratori. Questa intuizione si riverbera anche sulla qualità del lavoro, un lavoro, cioè, interconnesso, volubile e non più determinato nel tempo e nello spazio; le interconnessioni avverranno per mezzo e merito del web, in una nuova prospettiva geografica; l’organizzazione delle imprese sarà sempre più dinamica e meno gerarchica, con un ruolo primario dei lavoratori nelle attività e nei processi produttivi, ma pur sempre assoggettati (quando più e quando meno) ad una volontà imprenditoriale; tutti elementi che appaiono complessivamente in contrasto con la codificazione previgente del rapporto di lavoro subordinato. <br>L’introduzione di nuove tecnologie digitali ed informatiche nei luoghi di lavoro sta contribuendo a modificare l’organizzazione dell’orario di lavoro garantendo una maggiore flessibilità temporale, a differenza dei vecchi contratti di lavoro che sancivano con formule standard l’orario di entrata e l’orario di uscita, ma tale fenomeno si è reso passibile di causare una dilatazione del tempo di lavoro, ‹‹soprattutto se si considera il fatto che spesso accanto all’introduzione di tecnologie digitali ed alla flessibilizzazione degli orari di lavoro si accompagna una valutazione della prestazione del lavoratore in termini di risultati e non più in tempo di lavoro›› edulcorando, nella prassi, il diritto fondamentale del lavoratore a vedere riconosciuto un periodo giornaliero e settimanale di riposo fra i turni. E’ indispensabile che la possibilità di lavorare “sempre e ovunque” che le tecnologie offrono, non si traduca nella richiesta di lavoro “sempre e ovunque” , in tempi di lavoro, cioè, che paralizzino le tutele previste fino ad oggi dal contratto di lavoro subordinato, per evitare forme di sfruttamento. <br>Nella prospettiva moderna è necessario un corpus di norme che regoli il mercato del lavoro, per sua stessa esistenza e definizione, tra i più esposti al rinnovamento e all’ascendente tecnologica, per prevenire la degradazione delle condizioni di lavoro. Da questo punto di vista sono necessarie nuove forme contrattuali che arricchiscano le mutate modalità di lavoro, con l’intento preminente di evitare la perdita di un numero sproporzionato di posti di lavoro che rischia di concentrarsi soprattutto nelle zone ad alta intensità di lavoro umano ed a bassa professionalizzazione, nelle aree, cioè, più povere, colpendo fra l’altro differentemente i due generi, accentuando il gender gap e la disoccupazione femminile .<br>La rivoluzione digitale ha promosso, di fatto, un nuovo archetipo di lavoro, un lavoro digitale, in una economia di sharing dalle esigenze indefinite, in cui si è forgiato un nuovo prototipo di lavoratore subordinato che agisce in una dimensione smaterializzata, privo di vincoli di tempo e di spazio. Questo socialtipo, tradizionale nella ratio del rapporto di lavoro subordinato, nella prassi sta rivendicando spazio nella legislazione e ancor prima nella società, uno spazio in cui poter contrattare tutele, rivendicare diritti e proteggere la propria posizione sovente precaria .<br>Diverse ricostruzioni dottrinali dei fenomeni recenti, audaci ed ottimistiche, sono disposte a sostenere l’ascesa della tecnologia in una porzione crescente di economia digitalizzata del lavoro, nell’appagante convinzione che l’offerta innovativa di lavoro possa generare una corrispondente domanda innovativa di lavoro, facendo emergere moderne e tecnologizzate opportunità occupazionali; ma cosa succederebbe se queste esclusive opportunità non arrivassero mai? <br>Alla luce di questa breve introduzione, quella in atto sarebbe potuta essere davvero una quarta rivoluzione industriale, qualora il legislatore avesse abbandonato l’ottica agnostica e fosse divenuto un acuto traduttore della modernizzazione tecnologica e dell’incremento di efficienza in politiche occupazionali e discipline normative mirate alla regolarizzazione dei fenomeni descritti. Il risultato provvisorio è stato invece un elevatissimo dinamismo del mercato del lavoro a fronte di una scarsa o addirittura assente crescita occupazionale. Per il momento, più che una quarta rivoluzione, quella in atto potrebbe forse apparire come una scongiurabile retrocessione ad un potere absolutus del datore di lavoro e una reificazione del lavoro umano; una retrocessione che è stata scongiurata e abiurata negli anni ’70, ma che sembra riemergere dagli abissi del substrato tecnologico, più influente e dannosa che mai. <br>In conclusione, sembra oggi affermarsi si evidenzia come sembri affermarsi storicamente un mercato economico in cui la globalizzazione sia l’eccipiente di flessibilità; se questo è un dato oggettivo e ineluttabile, sarà necessario ripensare all’intera disciplina del lavoro tenendo presente il monito pronunciato da Z. Bauman: ‹‹La globalizzazione divide quanto unisce. Divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall&#39;altro lato, promuovono l&#39;uniformità del globo›› .
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