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Tesi etd-06072016-143051


Tipo di tesi
Tesi di laurea magistrale
Autore
GULLO, ENRICO
URN
etd-06072016-143051
Titolo
Agostino Scilla. Frammenti di un discorso pittorico
Struttura
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
STORIA E FORME DELLE ARTI VISIVE, DELLO SPETTACOLO E DEI NUOVI MEDIA
Commissione
relatore Prof.ssa Sicca, Cinzia Maria
Parole chiave
  • Fossili
  • Giovanni Alfonso Borelli
  • Pietro Castelli
  • Messina
  • Agostino Scilla
  • Salvator Rosa
  • Seicento
  • Pittura
  • Storia naturale
Data inizio appello
27/06/2016;
Consultabilità
parziale
Data di rilascio
27/06/2019
Riassunto analitico
Il caso di Agostino Scilla, pittore e “filosofo” del secondo Seicento, è, se si vuole, privilegiato per lo studioso che si rivolge alla storia delle scienze e delle arti. Nato a Messina nel 1629, compì un apprendistato pittorico a Roma sotto Andrea Sacchi nella seconda metà degli anni Quaranta, per poi stabilirsi a Messina e tornare a più riprese a Roma, dove tornerà a vivere nel 1679, in fuga dalla rivolta antispagnola di Messina del 1674-1678, fino alla morte sopraggiunta nel 1700. All'attività di pittore testimoniata da pale d'altare, nature morte, dipinti di storia biblica e “ritratti filosofici” giunti fino a noi, affiancò un interesse continuato verso l'antiquaria e la storia naturale. È esattamente il motivo per cui Scilla va considerato un oggetto d'indagine di particolare importanza. La compresenza, in una sola persona, di due autori – un filosofo che si occupa di storia naturale e un pittore – richiede uno studio che è certamente di storia dell'arte, ma deve ambire allo stesso tempo a inoltrarsi nei territori della “storia sociale” e della “storia delle mentalità” (o meglio, “storia dei sistemi di pensiero”): quali condizioni storiche hanno potuto produrre la singolare figura di un pittore che si occupa al tempo stesso di storia naturale? Il trattato sui fossili dal titolo La vana speculazione disingannata dal senso, pubblicato e diffuso da Scilla tra il 1670 e il 1671, riscosse un successo italiano ed europeo che lo rendono un fatto rilevante nella storia della cultura europea del Seicento. Queste caratteristiche consentono di ragionare della vita e delle opere di Agostino Scilla come di punti di accesso al sistema di trasformazioni storiche avvenute, in diversi campi del sapere e dell'agire delle civiltà europee, tra la fine del XVI secolo e la metà del XVIII secolo. Se in Agostino Scilla la pratica pittorica è rivendicata come pratica scientifica, come si dovrà comportare lo storico delle scienze? È necessario, naturalmente, avere un'idea della storia delle scienze che non consista in un disvelamento progressivo e con pochi intoppi, ma che la definisca come risultante di conflitti, interazioni, dibattiti: anche la verità scientifica si costituisce storicamente. Il che non rende la pratica scientifica equiparabile a tutti gli altri fenomeni culturali, sebbene sia necessario ammettere che con essi ha interazioni e scambi continui. Sebbene non si possa negare che fu fondamentale il contributo degli artisti allo sviluppo della scienza del Seicento, bisogna ricordare che rispetto alla tendenza del pensiero scientifico del secolo, che in generale mira a una “scienza generale dell'ordine” (per via matematica, tassonomica o sperimentale) l'arte e la letteratura a esso contemporanee sembrano procedere in direzione opposta. In realtà, si tratterebbe di un rapporto di “ritorno del superato” tra il sistema delle similitudini e delle corrispondenze (in sostanza, del pensiero analogico tardo-medievale e rinascimentale), sempre più relegato, nel tempo, al campo artistico letterario, e la razionalità secentesca – una tensione che si sviluppa sia all'interno del campo artistico e letterario, sia all'interno del campo filosofico e scientifico, che in quello che ho voluto definire “lungo XVII secolo” vanno incontro alla loro definizione e separazione come specifici ambiti di pertinenza discorsiva. È per questo che la “retorica visiva” barocca ha in realtà diversi campi di applicazione e si trova stretta tra il suo uso come “tecnica di persuasione” e la sua possibilità di esporre prove scientificamente fondate, senza che si possano escludere situazioni intermedie. Il mestiere di pittore permette ad Agostino Scilla di accreditarsi come indagatore di storia naturale credibile, sfruttando la retorica visiva come mezzo di persuasione attraverso prove, ma questo non è l'unico effetto della compresenza di due figure autoriali in un solo personaggio storico. La pratica della storia naturale doveva in qualche modo strutturare la sua immagine sociale come “pittor filosofo”, con l'effetto di potersi accreditare come pittore colto, praticante di un'arte liberale, in grado di rivendicare quella “libertà dell'artista” che costituisce uno dei temi fondamentali della storia dell'arte del Seicento. Attraverso un ragionamento sull'articolazione dello spazio sociale – economico e politico – della Messina degli anni precedenti la rivolta antispagnola, e tenendo conto dei rapporti italiani ed europei sia della classe dirigente messinese, sia di Scilla stesso, è possibile fornire alcuni chiarimenti circa le variazioni del suo stile, che vanno contemporaneamente ricondotte alle esigenze del mercato artistico interno messinese e all'aspirazione di Scilla di tornare a Roma; particolarmente rilevanti da questo punto di vista sono i due soggiorni romani del pittore, accertati per il 1662 e per il 1670, e che possono contribuire a una definizione delle oscillazioni stilistiche di Scilla in rapporto anche a un più generale dibattito – talvolta implicito – sulla forma e la natura della rappresentazione, che implica una riflessione sulla historia – sia pure naturalis – tanto quanto sui fondamenti e sulle finalità della raffigurazione pittorica.
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