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Tesi etd-01152019-121828


Thesis type
Tesi di laurea magistrale
Author
WASESCHA, EDOARDO
URN
etd-01152019-121828
Title
Dicotomia fatto/valore: la caduta dell'ultimo gigante dell'empirismo
Struttura
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
FILOSOFIA E FORME DEL SAPERE
Commissione
relatore Prof. Gronda, Roberto
controrelatore Prof. Barrotta, Pierluigi
Parole chiave
  • dicotomia
  • fatti
  • valori
  • dichotomy
  • facts
  • values
Data inizio appello
04/02/2019;
Consultabilità
secretata d'ufficio
Riassunto analitico
Nel corso della storia gli uomini, in generale, e i filosofi, in particolare, hanno spesso distinto i fatti, considerati come entità suscettibili di una spiegazione razionale, dai valori, del tutto estranei a qualsiasi dimensione cognitiva e intesi come qualcosa di meramente soggettivo.
Un fatto è semplicemente “ciò che accade” ed è indipendente da noi, neutrale in un certo senso, mentre un valore è l’espressione del “sentimento” che quel fatto suscita in noi, quindi è strettamente connesso alla dimensione umana.
Ma dove va rintracciata questa tendenza a dividere in modo così netto i fatti dai valori, assegnando una valenza cognitiva ai primi ma non ai secondi?
La questione è molto controversa e difficilmente si potrà rispondere a questa domanda in modo univoco, ma, senza ombra di dubbio, uno dei veterani di questa linea di pensiero fu Hume. Il filosofo scozzese sosteneva l’impossibilità di giungere a conclusioni valoriali partendo esclusivamente da premesse fattuali, cioè che, dato un qualsivoglia numero di premesse iniziali riguardanti “questioni di fatto”, la conclusione inferita da tali premesse non potesse evadere dalla dimensione fattuale: questa è quella che è passata - anacronisticamente - alla storia come “legge di Hume”.
Se Hume può considerarsi uno dei progenitori della dicotomica fatti/valori, chi ne fece un caposaldo della proprio filosofia fu il Neopositivismo, corrente filosofica che nacque negli anni ’20 del XX secolo a Vienna. L’idea cardine sulla quale si reggeva tutta l’impalcatura filosofica neopositivista era che gli enunciati scientifici, o meglio, gli enunciati cognitivamente rilevanti, fossero di due tipi, quelli sintetici, veri o falsi in relazione all’osservazione empirica, e quelli analitici, veri o falsi in virtù della loro stessa struttura sintattica.
Tutti gli enunciati che non potevano essere ridotti a queste due categorie, cioè ad esperienza sensibile o a strutture logiche, erano enunciati cognitivamente insignificanti. Gli enunciati etici, quelli estetici, la poesia, l’arte avevano un significato meramente emotivo, perché si basavano unicamente sui sentimenti umani, senza che venisse coinvolta alcuna sovrastruttura epistemologica.
Kuhn, in aperta opposizione al neopositivismo, non solo sostenne che i valori epistemici, non corrodessero la verità alla quale aspirava la scienza, ma anche che essi funzionassero da indicatori per la scelta fra teorie rivali. Valori come la semplicità o la prospettiva forniscono agli scienziati degli “indizi” per la verità di una teoria.
Kuhn ne “La struttura delle rivoluzione scientifiche” porta esempi storici di come l’adesione ad una teoria sia in qualche modo incanalata da valori epistemici. Il caso di Galileo che abbracciò la teoria copernicana senza che questa fosse definitivamente dimostrata. Lo stesso successe per l’adesione alla teoria gravitazionale di Einstein a discapito di quella di Whitehead, cinquant’anni prima che l’esperimento scientifico potesse sciogliere ogni dubbio. La semplicità, in questi due casi, costituì un vero e proprio fattore determinante nella scelta fra teorie rivali.
Anche ai giorni nostri non mancano casi scientifici del genere. La teoria del bosone di Higgs fu accettata da gran parte della comunità scientifica molto prima di un’effettiva conferma. Molti scienziati hanno poi sostenuto che era una teoria così elegante e bella che non poteva non essere vera. Bellezza ed eleganza, valori epistemici che hanno giocato un ruolo fondamentale nella scelta della teoria e nella perseveranza di trovare delle prove scientifiche a sostegno di essa. Ovviamente senza abbandonare mai l’elemento di razionalità costitutivo della scienza.
Se i valori sono costitutivi dell’indagine scientifica, sia nel “momento della scoperta” che nel “momento della giustificazione”, invalidando così l’ennesima distinzione neopositivista, allora una discussione razionale sui valori è non solo possibile, ma necessaria.
Ed è proprio la linea di pensiero adottata da Laudan: non solo i valori cognitivi influenzano la scelta teorica, ma possono essere oggetto di discussione razionale, nella misura in cui è possibile argomentarli. La scelta di un valore, che determina la scelta di una teoria, è una scelta essenzialmente razionale, senza elementi soggettivi, nel senso stretto del termine.
Laudan ne “La scienza e i valori” propone un nuovo modello della razionalità scientifica, il modello reticolare. Un modello che, a differenza del modello gerarchico di Popper, in base al quale un disaccordo metodologico poteva essere risolto, in ogni caso, al livello assiologico, dà un visione più ampia di ciò che avviene nel progredire della scienza. Non vi è alcuna giustificazione, per così dire, verticale, ma neanche orizzontale, perché il livello fattuale, quello metodologico e quello assiologico sono in continua interdipendenza fra loro. Un tipo di giustificazione reticolare, appunto. Ad esempio i valori cognitivi giustificano i metodi per raggiungerli, ma le regole metodologiche devono valutare se certi scopi siano realizzabili o meno.
Inoltre la scelta paradigmatica di Kuhn viene superata, o meglio, viene collocata ad un livello più profondo. Il concetto kuhniano di “paradigma”, semplificando un po’, ha tre significati principali: uno ontologico, che denota il quadro concettuale a cui fare riferimento per classificare e spiegare le entità che popolano il mondo; uno metodologico, che denota gli strumenti metodologici appropriati per analizzare gli oggetti del dominio del paradigma stesso; uno assiologico, che denota l’insieme degli ideali e degli scopi cognitivi da raggiungere. Sostanzialmente, un paradigma è costituito dai fatti che si possono prendere in esame, dalle metodologie con le quali si possono studiare quei fatti e dai valori che si intendono seguire per giustificare le regole metodologiche.
La novità di Laudan rispetto a Kuhn sta nel fatto che la rivoluzione scientifica, da interparadigmatica, diventa intraparadigmatica perché è possibile modificare uno dei tre aspetti tenendo fermi gli altri, ragion per la quale, ammesso che il cambiamento si verifichi ad un livello per volta, la scelta fra paradigmi rivali assume i contorni di un processo razionale.
Tra fatti, valori e metodologie c’è un’interazione reciproca e, soprattutto, bilaterale. I valori non solo attraversano la scienza, ma, potendo essere argomentanti con un buon uso della ragione, contribuiscono a legittimare l’oggettività e la fiducia nel progresso scientifico. Certo, si parla di valori epistemici, ma, come sosterrà Putnam, questi hanno la stessa grammatica logica dei valori morali. E, in ogni caso, è il segno distintivo che una linea netta di demarcazione tra valori, di qualsiasi specie si parli, e fatti non c’è.
I valori sono meno lontani dal concetto di razionalità di quanto credevano i Neopositivisti.
Dopo la caduta dei dogmi dell’empirismo ad opera di Quine, quello che può considerarsi l’ultimo baluardo dell’empirismo, la dicotomia tra fatti e valori, viene pesantemente attaccato da Putnam, che non solo abilita l’aspetto epistemologico dei valori morali, mettendoli sullo stesso piano razionale dei fatti, ma mostra come vi sia un intreccio inestricabile tra descrittivo e normativo.
Putnam prende in esame i cosiddetti “thick concepts”, concetti etici spessi. Sono predicati come “coraggioso” e “crudele” ad esempio, che possono essere usati sia in modo descrittivo che in modo normativo. Il punto è che non si può applicare “descrittivamente” il predicato, né tantomeno fissarne l’estensione, senza condividerne la componente valutativa, cioè il punto di vista valutativo della comunità. E se fatti e valori sono intrecciati già a livello predicativo, non c’è più alcuna ragione per considerarli come oggetti di universi chiusi e separati.
Inoltre non solo fatti e valori sono intrecciati in modo tale che si possono comprendere solo nel loro rapporto sinergico, ma i valori stessi sono oggettivi ed è possibile argomentarli, nonché intraprendere delle sane dispute razionali a loro sostegno. I giudizi morali sono veri o falsi, sono conoscibili dalla ragione umana; le valutazioni non sono in un limbo a-razionale.
È certamente opportuno e ragionevole tenere sempre presente alla mente una distinzioni fra fatti e valori, perché sono comunque due categorie conoscitive diverse, ma è altrettanto necessario rigettare una dicotomia metafisica che separa in modo così netto il normativo dal descrittivo, come se fra essi intercorresse uno spazio logico e impedisse qualsiasi tipo di contatto o interazione.
Le dispute etiche, al pari delle dispute scientifiche, sono risolvibili, a patto che si condivida un terreno comune. Non si parla di principi morali in senso stretto, ma piuttosto di uno sfondo di credenze, valutazioni, scelte, dubbi etc. che vengono riconosciute negli altri e su cui ci si basa per interpretarli. D’altra parte nemmeno la comunicazione sarebbe possibile se non si riconoscesse nell’altro un individuo provvisto di una logica di base come la nostra. Come dice Davidson, nell’interpretazione di un parlante, per comprenderlo veramente, almeno ad un primo livello, se ne sta facendo un buon logico.
L’obiettivo della presente trattazione è mostrare che fatti e valori sono entrambi oggetti gnoseologici, seppur appartenenti a due categorie diverse, che possono interagire, si possono influenzare e legittimare reciprocamente. Essi fanno entrambi parte del panorama della civiltà umana ed evolvono con essa, o meglio, evolve la nostra percezione e il nostro approccio ai medesimi.
Le nostre valutazioni rispetto a ciò che ha valore sono intrise di razionalità, senso critico, sfondi di credenza, ragion per la quale il loro statuto di oggettività è assimilabile a quello dei fatti.
Infatti, che si tratti di fatti o di valori, un approccio fallibilista, sempre pronto a mettere in discussione i risultati raggiunti, garantisce quella fiducia del progresso che è costitutiva dell’essere umano, appunto.
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