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Tesi etd-10232013-141615


Thesis type
Tesi di laurea specialistica LC5
Author
PARDINI, STEFANO
URN
etd-10232013-141615
Title
Il melanoma cutaneo: trattamenti standard e nuove prospettive farmacologiche
Struttura
FARMACIA
Corso di studi
FARMACIA
Commissione
relatore Prof.ssa Breschi, Maria Cristina
Parole chiave
  • melanoma
Data inizio appello
13/11/2013;
Consultabilità
completa
Riassunto analitico
Da quanto emerso, un’ampia escissione chirurgica del tumore primario è purtroppo l’unico trattamento potenzialmente curativo per il melanoma cutaneo.<br>A tale intervento deve seguire l’indagine istologica, che fornisce indicazioni riguardo l’indice mitotico, che insieme alla fase di crescita e alle ulcerazioni hanno il più grande valore predittivo riguardo all’insorgenza di metastasi e di conseguenza riguardo alla sopravvivenza del paziente.<br>La biopsia dei linfonodi sentinella (BLS) deve esser eseguita su tutti i pazienti che abbiano un melanoma primario con una grandezza di Breslow &gt;1mm, o compresa tra i 0,75mm e 1mm nel caso in cui questo sia ulcerato.<br>In caso di BLS positiva deve seguire l’escissione linfonodale, che consiste nella rimozione dei restanti linfonodi locoregionali, dove è più probabile che si sviluppino metastasi.<br>La radioterapia adiuvante migliora il controllo locale della patologia, soprattutto in pazienti ad alto rischio di recidiva, dopo dissezione linfonodale.<br>In caso di metastasi in transito, la perfusione ipertermica locoregionale (PILR) rimane il trattamento di scelta, perché ha il più alto grado di risposte complete, mentre l’infusione locoregionale (ILR) è indicata come alternativa, in caso di pazienti fragili e/o con malattia distale dal 3° medio della coscia.<br>L’elettrochemioterapia (ECT), con il vantaggio che può essere applicata in ogni parte del corpo, è principalmente indicata come palliativo in caso di malattia metastatica, o in caso di fallimento di altre terapie, sebbene a volte possa esser utile per completare la PILR, andando a migliorare la qualità di vita del paziente.<br>Fino ad oggi, l’unico agente che è stato riscontrato influire sulla sopravvivenza, come trattamento adiuvante, era l’Interferone.<br>Recentemente sono emersi interessanti dati dagli studi clinici compiuti utilizzando i due nuovi farmaci, Ipilimumab e Vemurafenib, che agendo su bersagli molecolari specifici aprono nuove opportunità farmacologiche al trattamento di questa forma di neoplasia.<br>Dei due il più interessante forse è Ipilimumab perché, oltre al fatto che non viene metabolizzato dagli enzimi epatici e quindi di fatto non ha interazioni con altri farmaci, ha dimostrato una grande capacità di produrre risposte durature e un aumento della sopravvivenza a lungo termine, senza evidenziare al contempo fenomeni di resistenza, come purtroppo nel caso di Vemurafenib; il grande punto di forza di quest’ultimo è però rappresentato dalla possibilità di valutare la probabile risposta al trattamento mediante analisi genetica e quindi attraverso un’ accurata selezione dei pazienti sensibili. Ciò rappresenta un’ulteriore strategia terapeutica destinata ad aumentare la probabilità di risposta al trattamento, evitando inutili somministrazioni di farmaco e gli inevitabili effetti collaterali.<br>Purtroppo è già stato osservato che la cosomministrazione di questi farmaci non può essere attuata, visto la risultante epatotossicità che ne deriva. Attualmente sono in corso 2 studi per valutare la sicurezza e l’efficacia dell’utilizzo di entrambi i farmaci, ma in fasi terapeutiche distinte: la speranza è che da questi studi si possa arrivare ad un effetto curativo definitivo.<br><br>
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