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Tesi etd-06282013-225841


Thesis type
Tesi di laurea specialistica
Author
CIANCIULLI, FABIOLA
URN
etd-06282013-225841
Title
"Le spese militari in tempo di crisi. Progetti comuni"
Struttura
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
SCIENZE PER LA PACE: COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO, MEDIAZIONE E TRASFORMAZIONE DEI CONFLITTI
Commissione
relatore Bartolucci, Valentina
Parole chiave
  • F35
  • Eurogendfor
  • difesa
  • industria d'armamenti
Data inizio appello
18/07/2013;
Consultabilità
completa
Riassunto analitico
&#34;LE SPESE MILITARI IN TEMPO DI CRISI. PROGRAMMI COMUNI&#34;<br><br>Le spese militari, comuni e necessarie in un quadro internazionale che chiede sempre di più interdipendenza e comunione d’intenti assumono un peso altresì significativo, non tanto in termini di prestigio e credibilità, come vorrebbero farci credere i nostri governanti, quanto in termini di quantità di risorse pubbliche destinate a questo settore e tolte effettivamente alla spesa sociale.<br>Nonostante i tempi di crisi economica e finanziaria come quelli che stiamo vivendo oggi, gli Stati europei déstinano alla difesa una quota in percentuale al Pil sempre maggiore, così come continuano a sostenere la propria industria bellica, quindi programmi e acquisti d’armamento e ciò nonostante i tagli, le misure di austerità e gli impegni fiscali sovrannazionali. Questo non può che ricadere sulle persone, in termini occupazionali, reddituali e di benessere. <br>Questo è ciò che sta accadendo in Europa, dove la guerra viene strategicamente preparata. Laddove la guerra viene operativamente messa in campo, significa altrettanta, anzi maggiore disgrazia: se da noi si muore lentamente (in Grecia si stimano quasi 500 mila bambini sottonutriti) altrove, là fuori, lontano dai nostri occhi e dal nostro cuore, ciò che fa la fortuna della nostra industria bellica, fa la fame, la distruzione di chi, quei potenti sistemi d’arma li subisce, sulla pelle.<br>La fine della guerra fredda e la globalizzazione hanno comportato un’evoluzione del normale concetto di “autodifesa” non più basato su un pericolo di invasione, ma su minacce meno visibili. La prima linea di difesa oggi è infatti all’estero. <br>Attualmente l’Europa non rischia imminenti attacchi, tanto è vero che tra gli obbiettivi e i documenti dei Paesi membri, vi è quello di mettere in sicurezza le zone limitrofe ed i rapporti internazionali a fini di sviluppo, dipendenza energetica e democraticità delle esistenze. Un concetto, quello della sicurezza, che molto probabilmente va ampiamente ridiscusso. <br>La percettibilità delle minacce nei bureaux europei e nei consessi internazionali più o meno pubblici, oggi è caratterizzato da un approccio che vede ancora la deterrenza, alla base della difesa e la prevenzione attraverso rafforzamento degli armamenti, quale fattore di sicurezza.<br>In termini strategici I Paesi europei cercano da un lato di agire congiuntamente quanto si tratta di intervenire, agiscono invece in maniera isolata quando si stratta di preparare le guerre e le forze pronte a combatterle. La crisi ha richiesto sinergie a fini di maggiori efficienza, integrazione di strutture e forze come una migliore standardizzazione operativa, eppure persiste un atteggiamento cosiddetto di monopsonio (quando esistono più venditori ed un solo compratore, in questo caso rispettivamente, le industrie e lo Stato) in cui l’industria di casa è preferita a quella europea o internazionale con tutte le conseguenze in termini di mancata competitività. Il commercio internazionale di armi dal canto suo continua comunque a fiorire alimentando introiti da capogiro dove “la ricchezza petrolifera e lo sviluppo delle nazioni, continuano a costituire il focus primario dell’attività di vendita all’estero di armi da parte dei fornitori di armamenti”. <br>Ecco, la domanda che sorge è, se effettivamente la guerra non sia un mezzo per distruggere prima, ricostruire dopo e continuare a distruggere solo per alimentare un giro di soldi che finisce sempre nelle mani di pochi. Non mancano in tutto questo circolo infatti, scandali di corruzione da parte delle industrie d’armamento e strani giochi di potere, connivenze, e sovvertimento di embarghi.<br>In fase di piena crisi, risorse importanti dalle tasche pubbliche, non sono altro che state spostate, verso l’alta finanza ad esempio. (Gli Usa fino al 2011 hanno dragato aiuti verso le industrie e le banche per un valore doppio rispetto alle risorse usate durante tutta la seconda guerra mondiale e gli introiti delle banche nel 2010, solo per i famosi derivati ammontano ad un quintuplo di più dell’intero Pil mondiale). L’industria bellica dal canto suo è l’altra attrice che non ha subito offese.<br>Qual è il responso? Disoccupazione e stenti a casa, morte e distruzione fuori. Con quali soldi? I NOSTRI.<br>La tesi è questa, l’antitesi è ciò che invece c’è pericolo che accada: di fronte l’ignoranza dei nostri stessi cittadini su dove vanno a finire i nostri contributi, l’inazione dei nostri Parlamenti, inabili a mettere in moto qualsiasi decisione autonomamente e indipendentemente dalle lobby industriali, Il pericolo è quello di sommovimenti popolari simili a quelli visti “la fuori” sulle altre ma vicine sponde del Mediterraneo. Non è remota la possibilità che presto o tardi le popolazioni d’ Europa scenderanno in piazza, consapevoli di essere stati presi in giro durante tutto questo tempo. Senza lavoro e senza futuro e magari senza componenti familiari perché suicidatisi per mancanza di denaro. Scenderanno in piazza, perché un futuro con queste basi, nemmeno se lo immaginano. Perché gli erano state fatte (cattive) promesse, di “ripudio della guerra”, di un mondo più pacifico e lontano dagli sconvolgenti conflitti di qualche decennio fa. La popolazione si sveglierà e piuttosto che gridare ai propri “diritti universali” griderà alla necessità.. che ciascuno risponda ad una CARTA -ancora tutta da costruire- dei DOVERI FONDAMENTALI. <br>
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