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Tesi etd-05232016-162738


Thesis type
Tesi di laurea magistrale
Author
RIZZO, MARIAGRAZIA
URN
etd-05232016-162738
Title
Il PCI e l'identità di genere(1973-1976): il femminismo e la legge 19 maggio 1975,n.151 ("Riforma del diritto di famiglia").
Struttura
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Corso di studi
STORIA E CIVILTA
Supervisors
relatore Banti, Alberto Mario
Parole chiave
  • legge sul divorzio
  • femminismo
  • diritto di famiglia
  • PCI
Data inizio appello
27/06/2016;
Consultabilità
Completa
Riassunto analitico
Il secondo dopoguerra s'inscrive nella storia d'Italia come un periodo contraddistinto da uno scarto relativo fra la perdita di beni materiali, che è nel complesso contenuta, e la perdita di beni immateriali o comunque di ricchezze simboliche, affettive, spirituali, che è invece assai elevata. Secondo i calcoli dell'economista democristiano Pasquale Saraceno, le lesioni all'apparato industriale furono di portata modesta, mentre molto più consistenti risultarono i colpi inferti alla produzione agricola, in particolar modo nella parte centrale della penisola, teatro di estesi combattimenti. Nonostante i gravi danni provocati dal conflitto bellico che colpirono il settore industriale, le infrastrutture, il comparto siderurgico e i trasporti, la ripresa economica fu abbastanza rapida anche malgrado una cronica deficienza di materie prime ( in particolare carbone e dunque energia elettrica): nel settembre 1946 l'attività industriale raggiunse il 70% rispetto a quella del 1938. Negli anni successivi,la politica e le attività di investimento delle conglomerate statali, favorirono in misura crescente specifici interessi regionali o settoriali, a scapito della crescita economica nel suo complesso. Negli anni '50 questi stessi fattori furono citati come spiegazioni di quello che sempre più spesso sarebbe stato chiamato “miracolo economico”. Proprio gli anni di questo miracolo, portarono però ad alcuni cambiamenti radicali nella composizione di classe nella società italiana, delineando un Nord del Paese con prospettive di intenso sviluppo rispetto al Sud in cui le prospettive occupazionali rimanevano molto basse.
La guerra, oltre alla sconfitta militare, aveva comportato il mutamento della forma politica dello Stato, costellato per anni da saccheggi, rappresaglie, requisizioni, sfollamenti che avevano inflitto alla popolazione ferite patrimoniali e sopratutto esistenziali. Insonnia, sgomento, assuefazione alla fame, angoscia per una persona cara che non dava notizie di sé, preoccupazione per oggetti personali abbandonati precipitosamente, furono addendi di una somma emotiva che si può calcolare solo tracciando un bilancio del vissuto individuale e sforzo di rimozione delle sofferenze più acute.Tuttavia, gli anni '50 si definiscono solitamente come il periodo della ripresa e del “boom economico”, che però si arrestò già dai primi anni '60. In questo periodo infatti si registrò una crisi che evidenziava il dislivello economico e sociale del Paese a seguito del conflitto. La “congiuntura” appare in Italia molto grave poiché coincide con la messa in discussione dell'aumento della produttività che aveva costantemente sopravanzato quello dei salari negli anni precedenti, accompagnato da un deciso modificarsi delle attività produttive.La geografia sociale si era rimodellata attorno ai luoghi dell'industrializzazione, alle vie di comunicazione, ai centri maggiori; nello stesso periodo si stabilirono all'estero oltre 4 milioni di italiani.
In questo contesto sociale durante gli anni Sessanta e Settanta, grazie alle spinte del movimento femminista e del Partito Comunista, si ebbero, prima, la vittoria del “No” del referendum sul divorzio che spianò nel 1975, alla riforma sul diritto di famiglia.
Con l'approvazione della legge 19 maggio 1975, la famiglia italiana cambiò volto in quanto le dinamiche familiari cominciarono ad essere gestite e organizzate da marito e moglie insieme, in una visione diversa che teneva conto del diverso ruolo assunto dalla donna nella società. Da questo derivava non solo la garanzia della dignità femminile, ma un nuovo modo di concepire tutti i rapporti familiari, e in particolare i diritti dei figli.1 Prima delle modifiche apportate al diritto di famiglia, l'articolo 144, che aveva un titolo estremamente significativo, “Potestà maritale”, dichiarava perentoriamente che il marito era “capo della famiglia”. In questo modo la moglie ne assumeva la condizione civile, il cognome, ed era “obbligata ad accompagnarlo dovunque” egli credesse opportuno fissare la sua residenza.2 Con le modifiche al codice,(art.144:”i coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato”)3 di potestà maritale non se ne parlava più e finalmente i due coniugi si ritrovavano di fronte a se stessi, e di fronte alla legge, con uguali diritti e uguali doveri: condizioni indispensabili per una convivenza civile e armoniosa. Con la scomparsa della “potestà maritale”, sono scomparse una serie di condizioni che attribuivano al marito il diritto di decidere per tutto il nucleo familiare, figli e moglie, e costringevano la moglie a obbedire, pena i rigori della legge.
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