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Thesis etd-03062021-193710


Thesis type
Tesi di laurea magistrale
Author
UCHIMA SIERRA, DIANA CONSTANZA
URN
etd-03062021-193710
Thesis title
L'enigma della sofferenza inutile. Nichilismo e libertà nei "Fratelli Karamazov" di Fëdor Dostoevskij
Department
CIVILTA' E FORME DEL SAPERE
Course of study
FILOSOFIA E FORME DEL SAPERE
Supervisors
relatore Fabris, Adriano
Keywords
  • dolore
  • nichilismo
  • libertà
  • Dio
  • nulla
  • male
  • sofferenza
Graduation session start date
26/04/2021
Availability
Withheld
Release date
26/04/2091
Summary
Accogliendo l’invito che fa Dostoevskij nei Fratelli Karamazov a non dimenticare mai l’esistenza del singolo e a ricordare sempre il carattere incomprensibile della sofferenza degli innocenti, questa tesi svilupperà il problema filosofico di una particolare forma di sofferenza definibile come inutile, e i susseguenti problemi etici— nichilismo e libertà— che si presentono dopo di aver isolato nella sofferenza in generale un tipo di sofferenza sui generis.

Per raggiungere l’obbiettivo di questa tesi, il testo sarà diviso in tre capitoli. Il primo capitolo comincerà facendo un’inquadramento generale del problema del male e della sofferenza attraverso l’interpretazione avanzata da Ricoeur, Lévinas e Pareyson (1.1). Si cercherà di comprendere cosa vuol dire che ci sia una sofferenza inutile mediante l’analisi di figure emblematiche di sofferenza inutile:il bambino e l’idiota (1.2). Finalmente, e grazie all’esame di quelle figure di sofferenza fenomenicamente inutile, sarà possibile capire come le dialettiche totalizzanti crollano quando appare il problema spinoso della sofferenza degli innocenti; e come, invece, la concezione di una dialettica della libertà — secondo la proposta di Luigi Pareyson— è in grado di integrare alla vita degli uomini questa quota eccessiva di negatività, senza dissolvere il singolo nel tutto (1.3).

Con il desiderio di capire in maniera esauriente come si configura l’enigma della sofferenza inutile per Ivan Karamazov, e quali sono le implicazioni del fare una trattazione del problema lontano dalla sfera divina e quali gli effetti del male nella vita dell’uomo, il secondo capitolo— con la guida interpretativa di Albert Camus— aprirà con una riflessione riguardante la ribellione, che è il tratto più rilevante dell’anima di Ivan. (2.1). Siccome per Ivan la sofferenza dei bambini rappresenta la più evidente testimonianza dell’indubbio fallimento della creazione, si tratterà poi la sua denuncia metafisica con la quale egli prova a spiegare come, se il mondo è stato costruito e riposa ancora sullo scandalo della sofferenza inutile, esso è inaccettabile e, pertanto, lo è anche Dio (2.2). Continuando a parlare del progetto di negazione di Ivan Karamazov, si avrà a che fare non già con la denuncia contro la creazione, bensì con la denuncia alla redenzione che avviene tramite il racconto ideato da Ivan, intitolato “la Legenda del Grande Inquisitore” (2.3). Le conseguenze delle due denunce avanzate da Ivan verranno esaminate nell’ultima parte di questo capitolo, nella quale la ribellione si è compiuta portando con sé la realtà del nichilismo e la minaccia del soporifero pericolo del male (2.4).

L’ultimo capitolo elaborerà le possibili risposte di Aleksej e Dmitrij Karamazov al problema impostato previamente da Ivan, le quali sono fondate sulla concezione di una dialettica della libertà. Tramite il concetto di “realismo superiore” si porterà in luce la risposta fornita da Dostoevskij al problema dell’eccesso di ragione, cioè, al fenomeno del nichilismo in quanto processo dissolutivo dei valori (3.1). Poi verrà spiegato come dallo sguardo trascendente della fede in Dio, Aleksej Karamazov confuta quel quantum di negatività che significa per la vita degli uomini l’esperienza della sofferenza inutile, quando fa appello alla tragedia di Dio, intesa come quella tragedia capace di restituire il senso a tutte quelle sofferenze che chiedono d’essere riscattate (3.2). Infine, la terza e ultima parte di questo capitolo esaminerà in che senso “la vita viva” di Dmitrij Karamazov, segnata dal suo desiderio di sofferenza, è una smentita vivente dell’ateismo raffinato di Ivan, e così pure, la testimonianza più eloquente del bene. Affermare che “soffrire la sofferenza” è la forma più alta di espiare il patire inutile di un bambino, consente di capire come la sofferenza inutile reclama non tanto d’essere riscattata o ricompensata, quanto piuttosto d’essere ricordata nel suo carattere irriducibile e marginale, che richiama pure il dolore patito da Dio stesso (3.3).
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